La luce è poca. Non illumina: ferisce. Cade obliqua su un tavolo coperto di carte, lasciando tutto il resto immerso in un’oscurità densa, quasi materiale.
Nei corridoi dell’Aterp il silenzio non somiglia alla pace. Somiglia all’attesa. È il silenzio degli archivi che trattengono memoria, dei faldoni chiusi troppo in fretta, delle decisioni consumate dietro porte che nessuno pensava sarebbero state riaperte.
Per anni la macchina ha continuato a muoversi: lenta quando occorreva riparare gli alloggi, improvvisamente rapida quando bisognava riscuotere, affidare, nominare, approvare, dimostrare che qualcosa stava accadendo. Ma ora i corvi hanno parlato.
Non hanno portato soltanto racconti. Hanno indicato atti. Decreti. Delibere. Numeri che ritornano. Importi che si avvicinano alle soglie e si arrestano un istante prima. Procedimenti separati che, osservati dall’alto, sembrano proiettare la stessa ombra.
Hanno pronunciato parole come incarichi, affidamenti, possibili frazionamenti, urgenze, proroghe, riconferme. E poi hanno taciuto su altro. Un altro ancora più vasto, più freddo, che per il momento rimane dietro la parete. È stato allora che le porte dell’inferno si sono aperte.







