Scordovillo non era soltanto un campo. Era una creatura rimasta ai margini della città, nutrita per anni da incuria, fumo, baracche, promesse marcite, silenzi pubblici. Un luogo dove la miseria era diventata paesaggio e dove ogni rinvio aveva aggiunto un altro mattone alla vergogna. Doveva finire. Doveva arrivare la luce. Ma quando la luce ha cominciato a scendere sugli atti, qualcosa si è mosso nelle stanze di ATERP. Qualcosa di più freddo della burocrazia, più scuro dell’errore, più antico della semplice incompetenza.

La magia nera dell’amministrazione

Non la magia nera del campo. Non quella delle superstizioni attribuite, con troppa facilità e troppa ignoranza, alla comunità rom. La magia nera, qui, è un’altra. È quella amministrativa. È il rito oscuro con cui un ente gestore prova a mutare natura, a uscire dal proprio corpo, a diventare ciò che non è: non più chi cerca case, ma chi decide destini; non più chi gestisce muri, ma chi apre porte; non più tecnica, ma potere. ATERP poteva acquistare. Poteva recuperare. Poteva amministrare. Poteva custodire il patrimonio. Ma pare abbia voluto varcare la soglia.

La soglia maledetta delle case popolari

E quella soglia, nelle case popolari, è una soglia maledetta per chi non ha titolo ad attraversarla. Oltre quella porta ci sono graduatorie, Comuni, Commissioni, requisiti, famiglie in attesa, domande depositate, anni consumati nel silenzio. Ogni alloggio vuoto è già pieno: pieno di legge, di punteggi, di bisogno, di attese, di diritti fragili. Si racconta di decine e decine di decreti di assegnazione richiesti. Forse settanta. Settanta firme. Settanta chiavi. Settanta colpi battuti nel buio. Non atti: invocazioni. Non procedura: liturgia. Non amministrazione: evocazione di una legalità chiamata all’ultimo momento, quando il passo era già stato compiuto e l’ombra aveva già preso posto al tavolo.