Quando i fatti hanno spigoli così affilati da far sanguinare i ricordi è superfluo servirsi di qualsiasi aggettivo. La storia di condanna e resurrezione che Guido Mezzera porta alla luce in Punto di fuga (Cantagalli, pp. 160, euro 15) è una di queste: non è un incubo, benché ne abbia tutti i connotati; non è un film anche se meriterebbe. La quinta scenica? L’inferno, quello dove un carabiniere modello è stato gettato come un Tartaro qualunque, trasformato in bersaglio mobile da una Procura e un pm che, invece di guardare i fatti, hanno preferito inseguire il castello di carte costruito sulla parola di un testimone marocchino già incriminato per peculato, corruzione, detenzione e spaccio di stupefacenti. Attendibile, no? Non importa, il nostro Francesco, nome di fantasia scelto da Mezzera per preservare l’anonimato del carabiniere e di coloro che gli gravitano intorno, viene convocato alla caserma di Savigliano (Cuneo) alle 8.30 di un mattino qualunque. Colonnello e capitano si siedono di fronte a lui e al suo più stretto collega Luigi, «l’autorità giudiziaria ha emesso nei vostri confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere», dicono, c’è un avviso di garanzia con l’accusa di falso, scaturita dall’indagine che aveva portato all’arresto del comandante, rinominato Cocito (il nome del lago ghiacciato del girone dei traditori della Divina commedia, ndr).