Il detenuto freme, compulsa il suo avvocato, che a sua volta sonda il terreno, chiama gli uffici e riceve comunicazione che il permesso è stato rigettato dal giudice di sorveglianza perché mancano i documenti che confermerebbero il rapporto di parentela tra defunto e detenuto e le prove che avessero una relazione affettiva continuativa. Non è un’invenzione alla Checco Zalone. È il linguaggio ispido della giurisprudenza. L’avvocato chiama, chiede lumi, la burocrazia incespica, annaspa. Aspetti, verifichiamo. Aspetti, le passo l’ufficio competente... poi quando il quadro si chiarisce il legale avverte il detenuto e i famigliari del morto che, col morto adorato già infilato nella bara e vestito di tutto punto (il corpo ancora caldo, si diceva un tempo), chiudono il dolore in un fazzoletto, prendono baracca e burattini e vanno in Comune a richiedere il documento di comprovata parentela. Fila agli sportelli, numerino, affanno, però l'ufficio comunale - non meno del carcere - si fa umano e produce le carte. «Cosa fatta capo ha», pensano i signori, dio deve aver guardato giù. Invece no, perché chi la proverà questa relazione affettiva? Chiede il magistrato. Già, chi la proverà? Oddio state scherzando? Forse che l’amore lascia contratti, scartoffie, fotografie e si può passare ai raggi x? La prova scientifica non c’è ma l’avvocato è fiducioso e pensa che basti il buonsenso. Il morto è nell’elenco dei parenti autorizzati alle visite, ovvio che i due avessero un rapporto. Invece no. Invece no. Invece no... !!!!! Le prove, ci vogliono le prove! La mente vacilla, il cuore rimbomba. Oddio, ci sarà pure un cuscino, una foto, un giubbotto condiviso, o un piatto di pasta consumato in due e mai buttato, che in 15 minuti esatti certifichi la relazione affettiva e porti il giudice di turno a comprendere che l’infartato e il malato di cardopatia erano legati da parentela, affetto, amicizia?
Feltri: le carceri disumane e quella sentenza che misura il giudice strampalato
Volevo scrivere dell’uomo più potente della terra e invece mi sono imbattuto nell’ultimo degli ultimi, chiuso dentro una cella gran...






