In un’altra epoca, il brav'uomo sarebbe finito negli ingranaggi di una giustizia imperscrutabile: indagato per aver sparato al furfante; colpevole per non aver resistito a quell’istinto primordiale di salvare la pelle; e infine, sono sicuro, sbattuto in prima pagina con dovizia di dettagli sul suo passato immacolato e quel guizzo di ribellione sbocciato all’improvviso in una notte di terrore davanti a quattro furfanti della peggiore feccia. Invece, grazie alla legge 2019 voluta da Salvini per definire la non imputabilità della persona che reagisce a un’aggressione nella propria abitazione se la difesa è proporzionata al pericolo percepito, oserei dire che il nostro rodigino se l’è cavata alla grande. In una nota il pm ha chiarito che ha tenuto un comportamento da manuale: ha ferito l’aggressore mirando a parti non vitali e ha usato un’arma regolarmente denunciata dopo aver avvertito il ladro di esserne in possesso. Quel coraggioso signore ha tutta la mia comprensione. Ho sempre detto che avrei sparato al ladro che si fosse introdotto in casa mia, meglio un brutto processo che un bel funerale. Difendere la propria casa è un diritto inalienabile e lo si deve fare, avendone la possibilità e con cognizione di causa, con quel che passa il convento: rivoltella o arma bianca. Il problema non è l’arma che si detiene ma chi la brandisce. Se il ladro cade sul campo, i suoi colleghi gli tributeranno un omaggio alla memoria, la gente perbene per favore non caschi nella retorica del compianto per la sua disgraziata sorte. Non è un eroe caduto sul lavoro: è un criminale di meno che paga la sua vigliaccheria.