Un uomo viene arrestato nel cuore della notte. È trascinato da un luogo all’altro, interrogato, esposto, giudicato. Attorno a lui si mette in moto una macchina efficiente impersonificata dall’autorità religiosa e dal potere politico, sostanziata da rituali pubblici, parole solenni e legittimata dall’approvazione popolare. La folla che osserva rumoreggia e, infine, grida a una sola voce: “Crocifiggilo”. Tutto procede secondo un copione riconoscibile. C’è chi ha il potere di decidere, c’è una procedura che si dispiega, c’è perfino una forma di consenso collettivo che accompagna l’esito finale. Nulla sembra consegnato al puro arbitrio. E tuttavia, proprio lì, nel punto in cui l’ordine mostra il suo volto più compatto e più solenne, dove la giustizia formale sembra trionfare si consuma uno dei più radicali fallimenti della giustizia sostanziale che la nostra memoria custodisca.

Il processo a Gesù è l’immagine stessa del paradosso. Un paradosso che continua a inquietare. Perché non mostra, tanto, che cosa accade in assenza di regole, ma che cosa può accadere quando sono solo le regole a contare. Non ci dice, come farà Thomas Hobbes molti secoli dopo, che l’ingiustizia nasce dal caos, dall’anarchia, dalla sospensione della legge. Ci dice qualcosa di più scomodo. Che la giustizia può presentarsi con tutte le sue forme esteriori, parlare il linguaggio della legalità, muoversi entro procedure riconosciute e tuttavia fallire drammaticamente.