C’è un’ora, nei palazzi pubblici, in cui la luce non illumina più: interroga. Scende allora sui corridoi un chiarore obliquo, freddo, quasi lunare; non rivela i volti, ma le ombre che li precedono. E tra quelle ombre torna un nome, pronunciato a bassa voce, come si pronunciano le cose che hanno superato il proprio tempo: Iannini.

Il termine diventato nebbia

Le era stato dato un termine. Non una formula vaga, non una promessa da consumare nei comunicati, non un margine elastico da stirare fino alla menzogna amministrativa. Un termine. Una soglia. Una misura. Il limite oltre il quale il potere non è più governo delle cose, ma ostinazione. Eppure, in questa lunga notte di Scordovillo, il termine sembra essere diventato nebbia. Si allunga, si contorce, si sposta come una creatura inquieta tra delibere, avvisi, proroghe, acquisti, urgenze, tavoli tecnici, cabine di regia. Ogni atto promette una fine. Ogni proroga ne annuncia un’altra. Ogni scadenza, invece di chiudere, apre un nuovo varco nel buio. Così l’amministrazione, che dovrebbe camminare sulla pietra ferma della legge, pare avanzare sopra assi umide e scricchiolanti, sospese su un vuoto che ha il nome antico dell’arbitrio.

La regola calpestata