Il Mezzogiorno ha bisogno di una cultura politica nuova. Non dell'ennesima operazione nostalgica promossa dai reduci della Prima o della Seconda Repubblica, pronti a cambiare insegna pur di tornare protagonisti. Né di un liberalismo di maniera, ridotto a parola intrigante dietro la quale ciascuno tenta di ricollocare se stesso. Se c'è un liberalismo da recuperare è quello sociale, quello che ha trovato in Canada una delle sue espressioni più convincenti. Un liberalismo sociale che, nelle grandi democrazie occidentali, ha spesso incontrato il socialismo democratico nella costruzione dello Stato sociale, della tutela dei diritti e dell'uguaglianza delle opportunità e della centralità della persona. Ma di quale socialismo stiamo parlando?

Certamente non di quello novecentesco fondato sul primato dello Stato nell'economia, né di quello ridotto a memoria identitaria. Il socialismo democratico del XXI secolo coincide con la costruzione delle condizioni che rendono effettiva la libertà delle persone. La sua misura non è il numero delle imprese pubbliche, ma la qualità della scuola; non la crescita della spesa assistenziale, ma la capacità di garantire salute, ricerca, mobilità sociale, giustizia efficiente, concorrenza leale e accesso al credito. In questa prospettiva il mercato non viene negato, bensì reso possibile da istituzioni credibili e da diritti realmente esigibili. È un socialismo delle opportunità, non delle dipendenze; della responsabilità, non dell'assistenzialismo; della promozione del talento, non della distribuzione del consenso. Non nello statalismo, non nell'assistenzialismo, ma nella convinzione che la libertà divenga autentica soltanto quando ciascuno dispone delle condizioni per esercitarla. La salute, l'istruzione, la ricerca, il lavoro, le infrastrutture, la giustizia efficiente, l'accesso al credito, la qualità delle istituzioni, la mobilità sociale: sono queste le condizioni della libertà. Non rappresentano un limite al mercato, ma il presupposto perché il mercato produca sviluppo e opportunità. È una cultura politica che supera le vecchie contrapposizioni ideologiche. Lo Stato non è chiamato a sostituirsi alla società, ma a renderla più forte; il mercato non è lasciato a se stesso, ma orientato al bene comune; le istituzioni non amministrano il declino, ma costruiscono il futuro. È esattamente ciò di cui il Mezzogiorno ha bisogno. Prima ancora di discutere di partiti, coalizioni e leadership, occorre costruire un programma. Le democrazie mature non scelgono una classe dirigente per nostalgia o appartenenza, ma per la credibilità del progetto che propone. È sul programma che si chiede il consenso degli elettori. E quel programma, deve avere due priorità assolute: la scuola e la salute, non come capitoli di spesa ma quali prime infrastrutture produttive del Mezzogiorno. Più ancora delle autostrade, dei porti o delle reti digitali, esse producono capitale umano, fiducia, innovazione, mobilità sociale e attrattività degli investimenti. Una scuola che forma competenze e una sanità che tutela efficacemente la salute non generano soltanto diritti costituzionali: producono ricchezza, competitività e sviluppo. Per questa ragione rappresentano il primo investimento economico di una politica che voglia trasformare il Mezzogiorno nella ventottesima economia d'Europa, e non l'ennesima voce da comprimere nei bilanci pubblici. La prima forma cittadini liberi, competenti e responsabili; la seconda garantisce la dignità della persona e rappresenta la più importante infrastruttura dello sviluppo economico e della coesione sociale. Da qui discendono tutte le altre politiche: ricerca, innovazione, lavoro, legalità, infrastrutture, pubblica amministrazione ed economia competitiva.