Immaginiamo una situazione ormai comune. Un lavoratore quarantenne perde il posto in un settore in declino. Ha competenze maturate in anni di esperienza, ma non più spendibili immediatamente. Il sostegno al reddito è limitato nel tempo e scollegato da un reale percorso di riqualificazione. I servizi per l’impiego non intercettano le esigenze delle imprese. La formazione disponibile è generica. Nel frattempo, le spese familiari aumentano: un genitore anziano diventa non autosufficiente, i servizi territoriali sono insufficienti, il carico ricade quasi interamente sulla famiglia. Questa storia non è un’eccezione. È diventata una condizione strutturale. Ed è precisamente in questa sovrapposizione di fragilità – lavorativa, formativa, sociale, sanitaria – che emerge la natura sistemica della crisi che attraversa le società europee.

Mentre scriviamo, l’Europa è circondata da fuochi che avrebbe creduto impossibili fino a pochi anni fa. A est, la guerra in Ucraina non accenna a finire e ha svelato quanto fosse fragile una prosperità costruita sulla dipendenza dal gas russo. A sud, dopo la catastrofe di Gaza, il 28 febbraio 2026 l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz – un quinto del petrolio mondiale –, fatto schizzare i prezzi e bruciare oltre 1.700 miliardi alle borse europee in tre settimane; una base militare italiana in Kurdistan è stata colpita. L’Europa non è spettatrice di queste crisi: ne è investita direttamente.