Alfonso Pascale

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È indubbio che la sfida per i liberaldemocratici sia oggi quella di trovare una sintesi su cui fondare un nuovo compromesso tra democrazia e capitalismo. Michele Salvati e Norberto Dilmore, a cinque anni dalla pubblicazione del loro libro “Liberalismo inclusivo. Un futuro possibile per il nostro angolo di mondo”, hanno rievocato la previsione di Karl Polanyi: se i liberali continuano a mostrarsi incapaci di costruire un nuovo capitalismo liberale, s’imporrà comunque “una riforma dell’economia di mercato raggiunta al prezzo dell’estirpazione di tutte le istituzioni democratiche tanto nel campo dell’industria che in quello della politica”.

Il disegno di Trump va in tale direzione. E incrocia gli obiettivi illiberali di quei “contromovimenti”, come li chiamava Polanyi, egemonizzati da partiti nazionalisti e populisti capaci di raccogliere, in Europa, il malcontento sollevato dalle disuguaglianze di tipo nuovo prodotte dalle crisi di questi ultimi decenni.

Tale ondata può essere fermata solo da una nuova cultura politica che fondi democrazia e neoliberismo all’altezza dei problemi del XXI secolo. Le democrazie liberali sono, per loro natura, troppo fragili per sopportare tensioni estreme. Una cultura politica non nasce dal nulla se non ci sono “infrastrutture” a ciò predisposte. Le democrazie liberali si sono storicamente alimentate di culture politiche di governo prodotte da partiti che nutrivano l’ambizione di migliorare i propri contesti economici e sociali. Ma se le formazioni politiche non producono cultura perché si sono strutturate esclusivamente per captare consensi, queste non sono in grado nemmeno di promuovere classi dirigenti.