di
Leonard Berberi
La chiusura di Hormuz ha spinto ad aumentare la produzione delle raffinerie del continente e a importare carburante da Usa, Nigeria e Asia. Ma nel 3° trimestre c’è un deficit dell’offerta di 470 mila barili al giorno
Il timore di una carenza di carburante per gli aerei ha svegliato l’Europa, che tra aprile e giugno ha fatto di tutto per salvare la stagione estiva: importando cherosene dagli Usa, dalla Nigeria e dall’Asia, aumentando la produzione delle proprie raffinerie e utilizzando parte delle scorte. Ma anche se la situazione oggi è migliorata, a sentire gli esperti, il continente resta l’area più esposta alle tensioni nel Golfo Persico, con in media un mese di scorte per poter garantire la continuità dei collegamenti aerei. È quanto emerge dall’analisi del Corriere sulla base dei numeri forniti dalle società specializzate Energy Aspects e Kpler.
«Il livello più basso da 10 anni»«Le compagnie aeree hanno lavorato duramente per garantire l’approvvigionamento e rassicurare i passeggeri che i voli estivi non avrebbero subito interruzioni», ricorda l’analista di Bernstein, Alex Irving. «Tuttavia, durante questo periodo, le scorte si sono ridotte. Nel 2026 quelle dell’area di Amsterdam-Rotterdam-Anversa erano iniziate a 992 mila tonnellate, il livello più alto mai registrato. Giovedì scorso erano 592 mila: il livello più basso degli ultimi dieci anni. Le riserve possono ancora continuare a compensare le riduzioni a breve termine nei flussi di approvvigionamento, ma non possono farlo all’infinito».







