Una priorità tecnologica e industriale, certo. Eppure, l'intelligenza artificiale è sempre più anche uno strumento di politica estera. Lo dimostra la Cina, che ha aperto in pompa magna la Conferenza Mondiale sull'Intelligenza Artificiale (WAIC) di Shanghai, in programma fino al 20 luglio. Per la prima volta, l'evento è stato lanciato da Xi Jinping in persona, la cui presenza di fatto trasforma il principale salone cinese dell'IA in una vera piattaforma diplomatica.
"Lo sviluppo dell'intelligenza artificiale non dovrebbe essere un'impresa solitaria di un singolo Paese, ma una sinfonia di cooperazione internazionale", ha dichiarato Xi davanti a leader stranieri, rappresentanti delle Nazioni Unite, ricercatori e amministratori delegati delle principali aziende tecnologiche cinesi. Un'immagine evocativa che racchiude la visione di Pechino: l'IA non deve essere monopolizzata dagli Stati Uniti, ma diventare un bene pubblico globale, governato attraverso istituzioni multilaterali. Nel suo intervento Xi ha insistito sulla necessità di "opporsi all'estensione arbitraria del concetto di sicurezza nazionale" e alla tendenza di alcuni Stati a "porre la propria sicurezza al di sopra di quella degli altri", un riferimento trasparente alle restrizioni statunitensi e, più recentemente, europee sulle esportazioni di semiconduttori avanzati e altre tecnologie considerate sensibili. Allo stesso tempo ha sottolineato che l'intelligenza artificiale deve restare "sempre sotto il controllo umano", chiedendo sistemi di monitoraggio, allerta preventiva e regolamentazione per prevenire usi impropri della tecnologia.












