Pechino lancia una nuova organizzazione internazionale, offre formazione ai Paesi in via di sviluppo e si propone come alternativa «aperta» al modello americano.

La produzione poetica non sembra al momento uno dei punti forti dell’Intelligenza artificiale, capace di immagazzinare e replicare varie attività del genio umano, ma senza la componente fondamentale del sentimento e della passione. Una ricca vena lirica ha invece caratterizzato il discorso pronunciato ieri da Xi Jinping a Shanghai, di fronte alle nazioni riunite nella «Conferenza internazionale sull’AI». Il presidente cinese ha dichiarato che «lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale non dev’essere un assolo di un singolo Paese, ma una sinfonia di cooperazione internazionale». Xi da tempo è molto meno presenzialista rispetto ai suoi primi anni da leader supremo, il fatto che abbia deciso di salire sul podio a Shanghai dimostra quanto la Cina punti al primato in questo campo rivoluzionario per la scienza e l’economia mondiale. Il discorso è proseguito su toni elevati, come quando ha sfoderato uno degli innumerevoli modi di dire della cultura mandarina: «Da noi spesso diciamo che una singola corda non può fare musica, come un singolo albero non costituisce una foresta». A seguire l’invito ai Paesi del Sud Globale a unirsi (sottinteso: dietro una guida cinese) per cogliere insieme i frutti di questa nuova frontiera del progresso. Il Quotidiano del Popolo in un editoriale sull’evento di Shanghai ha osservato che «serve una governance forte» per dominare «i rischi e le sfide correlate all’Intelligenza artificiale». La Cina si candida ad avere un ruolo di primissimo piano. A Shanghai è stata costituita la «World AI Cooperation Organization» (Waca), un gruppo di una trentina di Paesi tra i quali Russia, Brasile e Indonesia che promettono di impegnarsi affinché «questa nuova frontiera della tecnologia sia di beneficio per l’intera umanità». Come premio ai primi Paesi che si sono iscritti al nuovo club geopolitico sull’Intelligenza artificiale, Xi ha annunciato che nei prossimi cinque anni Pechino offrirà 5.000 opportunità di istruzione e seminari formativi alle nazioni in via di sviluppo e aprirà dei «centri di cooperazione internazionale sull’AI». La nascita dell’organizzazione a trazione cinese è stata «benedetta» dalla presenza del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Dopo la recita poetica, Xi Jinping si è concentrato sulla geopolitica. Senza citare gli Stati Uniti, ha proposto il modello cinese «aperto» che offre una «opportunità rara e storica» di diffondere i benefici dell’Intelligenza artificiale globalmente. La tecnologia, ha assicurato, dev’essere condivisa con nazioni in via di sviluppo per evitare «nuove ingiustizie storiche». Il Partito comunista ha fatto scrivere al suo quotidiano che bisogna contrastare la «Cortina di ferro» che minaccia la IA come bene pubblico per tutti. La sfida con gli Stati Uniti è evidente. La Cina è ancora all’inseguimento, ma sta colmando il divario con gli americani. Proprio ieri la startup cinese Moonshot ha lanciato il suo modello Kimi K3, che dovrebbe competere con le americane OpenAi e Anthropic e sostiene di essere il più grande modello linguistico «open source» oggi disponibile. La mossa di Moonshot ha fatto vacillare i titoli delle aziende di IA e di semiconduttori quotati a Wall Street, con gli analisti che hanno subito ricordato l’effetto dirompente (sul valore delle azioni) causato l’anno scorso dall’avvento di un modello di Intelligenza artificiale made in China da DeepSeek, che usando un numero incredibilmente inferiore di chip rispetto ai giganti della Silicon Valey li ha fatti sudare freddo. Quindi Xi, che guida un sistema politico repressivo delle libertà individuali e dedito alla censura, si offre come campione di «apertura» in contrasto con la «Cortina di ferro» americana nel territorio dell’Intelligenza artificiale. Le società Usa, che hanno investito centinaia di miliardi di dollari nello sviluppo dei loro modelli, non sono disposte a condividere gratuitamente le loro creature. E accusano le startup cinesi di aver rubato la loro tecnologia.