Smaterializzato, precario, automatizzato, protratto fuori da orari prestabiliti, il tema del lavoro è un tema politico, oggi più che mai. La sorveglianza, la retorica della performance, il precariato, la crisi delle risorse, la digitalizzazione dei processi produttivi, le disparità salariali sono solo alcune variabili che hanno contribuito a trasformare il lavoro in un luogo scivoloso, attraversato da dinamiche sempre meno codificate che generano effetti multipli che minano non solo al corpo ma alla salute mentale dei lavoratori. Dal burnout al ritorno di conflitti di classe, in che modo il lavoro erode la salute mentale dei lavoratori? Nell’era della quarta rivoluzione industriale e della crisi climatica qual è il prezzo che si paga in termini di benessere psicologico? Quali sono le politiche che contrastano il lavoro povero e le possibili soluzioni?
A rispondere è Christophe Dejours, psichiatra e psicoanalista che dirige l’Institut de recherche en psychodynamique du travail di Parigi, uno dei principali studiosi delle trasformazioni contemporanee del mondo del lavoro e delle sue patologie, autore di Lavoro e Salute Mentale (DeriveApprodi), uno dei primi libri che esplorava, nel 1980 le dinamiche tossiche legate agli effetti sulla psiche della produttività, riedito in Italia in una collana diretta da Francesca Coin.








