Diagnosi necessarie. Nelle nostre organizzazioni, nonostante un esplicito desiderio di innovazione, c’è qualcosa che non va. Ce ne siamo accorti tutti, più o meno ovunque. I trend oltreoceano attivati con la pandemia, il distacco affettivo delle nuove generazioni dal modello organizzativo gerarchico, tradizionale e iper-burocratizzato, l’epifania di OpenAI che ha velocemente instillato curiosità impacciata e diffusa, ma che oggi conta tassi di “disadozione” delle aziende che sfiorano l’80%.

Le organizzazioni, così come sono oggi – cioè come sono state pensate tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 – non hanno possibilità di resistere nel prossimo futuro. E il problema non è legato alla non adozione dell’AI, ma all’incapacità di essere degli ambienti ospitali prima di tutto per le persone, e successivamente anche per le tecnologie.

Persone e tecnologie, infatti, hanno necessità: chiedono autonomia, flessibilità, rapidità. Forse vogliono anche poter lavorare insieme, in modo ibrido e generativo. E, insieme, sono anche in grado di riscrivere il proprio modello di ingaggio. Senza persone e senza tecnologie, le organizzazioni sono destinate a essere delle scatole vuote senza credibilità né futuro.