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Rimbalza in Italia la crisi tedesca. Lo stato di salute di uno dei suoi comparti fondamentali, quello dell’auto, è gravissimo: Volkswagen ha annunciato 50mila posti di lavoro da tagliare e la chiusura di quattro stabilimenti. 27 mila lavoratori hanno firmato un accordo e lasceranno entro l’anno, altri 10 mila l’hanno sottoscritto ma l’uscita è prevista nel 2027.
Però si tratta della prima tranche di un piano che arriva a 100 mila esuberi totali e a un dimagrimento della produzione da 12 a 9 milioni di veicoli l’anno, conseguenza del 16% in meno di vendite registrato nei primi sei mesi dell’anno. Motivo della crisi, che coinvolge anche Audi, un tempo propulsore di utili per il gruppo, e in misura minore gli altri marchi che esso possiede (Porsche, Bentley, Seat, Skoda, Scania) è il prezzo al pubblico delle vetture, più alto rispetto ai concorrenti diretti e neppure paragonabile a quello delle auto asiatiche, in particolare alle cinesi che stanno registrando un exploit sul mercato tedesco.
Non meglio va alla Bmw dov’è atteso il report del Ceo, Milan Nedeljkovic, che secondo indiscrezioni prevederà una sforbiciata alla produzione con conseguenti riflessi sull’occupazione e addirittura lo scorporo della controllata Rolls Royce, la cui quotazione in borsa potrebbe costituire una boccata d’ossigeno per un bilancio incerto. Pure la Mercedes ha i suoi problemi tanto che è stato chiesto ai sindacati di tornare alla settimana lavorativa di 40 ore (adesso sono 35) a parità di salario per cercare di turare la falla: nel secondo trimestre di quest’anno le consegne sono calate dell’8% e la redditività (nel primo trimestre) è diminuita del 17%.











