ROMA – Il problema non è tanto il greggio, «che bene o male», cioè grazie ai tubi di Arabia e Emirati, «bypassa lo Stretto». L’impatto maggiore della chiusura di Hormuz – in primis per l’Asia, ma anche per Europa e Italia - è «sul gas e sui prodotti» raffinati come benzina, diesel e carburante per aerei, che non possono aggirare il blocco. Lo ha detto ieri l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi, in audizione alla Camera sulla congiuntura del mercato energetico. Parole che arrivano mentre le tensioni tra Stati Uniti ed Iran hanno di nuovo azzerato i transiti di navi attraverso lo Stretto e con le scorte di idrocarburi, usate da Stati e aziende per tamponare la crisi, scese a livelli molto bassi.
Manca il jet fuel, non la benzina
Sui prodotti raffinati in particolare, ha detto Descalzi, c’è una «mancanza estremamente elevata». Il manager del gruppo energetico punta il dito contro le politiche ambientali europee, che hanno portato a ridurre del 20% nell’Unione la capacità di raffinazione. L’Italia ha un problema soprattutto con il carburante per aerei, di cui deve importare metà del fabbisogno, 5 milioni di tonnellate. Mentre ha una situazione «abbastanza equilibrata» sul diesel, che però in questo momento «viene esportato in mercati a premio» – cioè dove i produttori guadagnano di più – e «nessun problema» sulla benzina. Le nuove tensioni si stanno comunque riflettendo sui prezzi alla pompa anche qui, con la verde risalita ieri sopra gli 1,91 euro al litro, e il gasolio a 2,04 euro.












