«Se lo Stretto di Hormuz dovesse restare chiuso, per l’Europa ci sono due rischi. Il primo è l’aumento dei prezzi del petrolio, del gas e della benzina. Il secondo riguarda la disponibilità dei prodotti raffinati. Alcune forniture potrebbero non arrivare più e potremmo trovarci di fronte a carenze di carburante per l’aviazione e diesel», dice Fatih Birol. Il direttore esecutivo della International Energy Agency, l’agenzia internazionale dell’energia con sede a Parigi, è consapevole che la situazione si sta facendo sempre più delicata. «Il problema è concreto. Se l’interruzione dovesse durare sei settimane o più, potremmo arrivare persino alla cancellazione di voli per mancanza di jet fuel», spiega in un’intervista a La Stampa.

L’economista turco, sessantotto anni, con una lunga esperienza al vertice dell’organizzazione, è stato appena inserito da Time nella classifica dei cento leader più influenti al mondo. Un riconoscimento al suo lavoro, ma anche la presa d’atto di un momento storico: chi governa i flussi di gas e petrolio ha in mano le chiavi dell’economia globale.

Direttore, è la situazione più grave dai tempi della crisi del 1973?

«Sì, stiamo affrontando più problemi contemporaneamente. Oltre al petrolio, ci sono criticità legate ai petrolchimici e all’elio, fondamentali per le catene globali di approvvigionamento. Interruzioni in questi ambiti possono avere conseguenze molto serie».