Qualcosa che forse non si è sufficientemente raccontato, ma è stato vissuto fino in fondo da quei ragazzi che invasero le strade di Genova in quel luglio del 2001, è il desiderio e la possibilità di autorappresentarsi senza più delegare nessuno a farlo.

Almeno un paio di anni prima della diffusione dei cellulari con fotocamera, e connessione a internet, vari anni avanti la nascita e la diffusione dei primi social, quella generazione si riunì, discusse, manifestò, fu repressa violentemente rappresentandosi senza filtri. Con macchine fotografiche analogiche, con piccole automatiche, con cineprese grandi e piccole, tutto quello che c’era a disposizione per raccontarsi in prima persona fu usato e portato in piazza.

Naturalmente nei giornali arrivava il flusso delle immagini d’agenzia che i fotografi professionisti inviavano attraverso i centri stampa, ma la parte della redazione del manifesto che aveva raggiunto Genova dall’inizio, e chi la raggiunse quando la situazione precipitava, notò anche questo fenomeno. Il quotidiano fu protagonista, rimanendo coinvolto anche direttamente dalla piega drammatica che presero quei giorni. La notte del venerdì in cui fu ucciso Carlo Giuliani organizzò due pullman di redattori e lettori, portando in città le copie del giornale fresche di stampa, le riunioni di redazione vennero fatte sulle aiuole del centro storico, il sabato sera, reduci da una enorme manifestazione di protesta spezzata con metodi squadristi dalla polizia, si tornò a Roma all’alba per rivedersi di lì a poche ore e preparare un’edizione straordinaria del lunedì per raccontare l’irruzione nella notte alla scuola Diaz.