Roma, 16 lug. (askanews) – In principio, come è noto, fu il Mattarellum, coniato dal politologo Giovanni Sartori per ‘battezzare’, in senso non proprio elogiativo, la legge elettorale che portava la firma dell’attuale presidente della Repubblica. Da quel momento in poi, il suffisso latineggiante è diventato una costante per le riforme del voto approvate dal Parlamento. La legge Calderoli è ormai nota come Porcellum (copyright sempre di Sartori dopo che lo stesso autore la aveva definita una porcata), Matteo Renzi scelse da solo – prima che ci pensasse qualcun altro – il nome di Italicum. C’è stato persino il Consultellum per identificare una legge che in realtà non era propriamente scritta da nessuno ma era la risultante delle indicazioni fornite dalla Corte costituzionale nella sentenza di bocciatura di alcune parti del Porcellum di cui sopra. Infine è toccato alla legge attualmente vigente, il Rosatellum, in riferimento al suo estensore, cioè Ettore Rosato.
La riforma del voto che invece ha ottenuto oggi il prima via libera della Camera non ha ancora un nome. O meglio, ne ha più di uno. Il primo è Stabilucum, definizione che è stata spinta in particolare da Forza Italia con l’evidente intento di darne un connotato positivo. Ragione per cui non è mai piaciuta all’opposizione che dunque ha invece optato per Donzellum, dal nome di uno degli sherpa di via della Scrofa, o Melonellum. Un nome, quest’ultimo, che non viene invece accettato da Fdi perché, spiegano, il governo e chi lo guida hanno lasciato che a lavorare fossero le aule parlamentari. Quando il provvedimento è arrivato all’esame della commissione, ecco una nuova dicitura: legge Bignami, come il capogruppo dei meloniani, che ne è primo firmatario ma che, come è noto a tutti, di quel testo non ha scritto una virgola.













