di

Aldo Cazzullo, inviato ad Atlanta

Il «wonder wall», il muro bianco inglese, già intonava i suoi canti di vittoria, quando è cominciata la sua partita. Finisce con Leo stretto in un abbraccio collettivo. I compagni piangono e anche lui si commuove

«Non li senti trattenere il respiro, mentre sei lì in alto, e cammini sul filo?». Come un equilibrista, come il cantautore di Bennato, come un eroe nazionale, Lionel Andrés Messi Cuccittini è sempre in bilico tra la caduta e la salvezza, il ritiro o la vittoria, la morte sportiva e la resurrezione. Anche stavolta, quando sembrava finito, questo campione senza pari non è finito. Il «wonder wall», il muro bianco inglese, già intonava i suoi canti di vittoria, quando è cominciata la sua partita. La partita del più grande calciatore di tutti i tempi. Due assist, il secondo delizioso, di destro, non il suo piede, e la sua Argentina completa la più clamorosa delle rimonte. L’addio è rimandato a domenica. Alla finale. La terza finale mondiale della sua vita straordinaria. A 39 anni compiuti. Mai visto niente di simile. Una delle più grandi imprese sportive di sempre.

Qui ad Atlanta finisce con Messi stretto in un abbraccio collettivo, i compagni più giovani (tutti) lo ringraziano, piangono sulla sua spalla, e anche lui alla fine un po’ si commuove. Da gentiluomo, va a consolare gli inglesi, abbraccia Kane e Pickford, stringe la mano agli altri. Poi va a saltare sotto la curva albiceleste.