Un direttorato segreto del Gru, l’intelligence militare russa, con il compito di recuperare tecnologia occidentale per la guerra contro l’Ucraina ha una delle sue maggiori basi operative a Tokyo. L’attività di facciata è quella del quartier generale di Aeroflot, la compagnia di bandiera russa, che si trova sotto il naso di chi dovrebbe controllare, e cioè “a 10 minuti a piedi dalla sede centrale dell’Agenzia nazionale di polizia” nella capitale giapponese. Un’inchiesta del New York Times pubblicata l’altro ieri dimostra che parte del problema del controllo delle esportazioni di tecnologia sensibile verso la Russia riguarda il coordinamento dell’intelligence di paesi che – ufficialmente e materialmente – sono schierati al fianco della difesa dell’Ucraina. Il Giappone, in questo, è un caso di scuola – che somiglia molto pericolosamente all’Italia, almeno per quanto riguarda la sensibilità del tema nell’opinione pubblica. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e dell’Impero giapponese, le forze alleate hanno imposto al paese un sistema di sicurezza molto scarno e strettamente limitato all’ordine pubblico e all’applicazione della legge. Per decenni, Tokyo è stata costretta ad affidarsi alle agenzie d’intelligence di paesi alleati per avere informazioni vitali alla propria sicurezza, e il dibattito su una normalizzazione di raccolta delle informazioni è spesso usato strumentalmente dai gruppi di opposizione – e da forze esterne – per accusare la leadership di un nuovo militarismo. Ma è anche grazie a questo vuoto normativo, e alla scarsa possibilità di coordinamento delle persone che fanno intelligence interna al Giappone, sparse tra polizia, ministero della Difesa, Esteri e altre amministrazioni, che paesi come la Russia, la Cina e perfino la Corea del nord hanno potuto operare quasi indisturbate nel paese per decenni.All’inizio del suo mandato da premier, Sanae Takaichi ha annunciato una normalizzazione dell’intelligence nazionale, una riforma che dovrebbe mettere il Giappone sullo stesso piano delle grandi potenze occidentali sul modello dei sistemi americani ed europei. Poco più di un mese fa la Dieta, il Parlamento giapponese, ha approvato la legge che istituisce il National Intelligence Council, un organismo che servirà a centralizzare e coordinare l’apparato informativo del paese, e del National Intelligence Bureau. Ma è solo il primo passo per approvare, in un futuro non molto lontano, l’istituzione di una vera agenzia d’intelligence esterna. Per farlo, secondo le fonti del New York Times, il governo giapponese starebbe chiedendo aiuto e consigli “su tecnologia, personale e priorità” ai paesi alleati. Per esempio alla Germania, che da mesi sta preparando la sua riforma del Bundesnachrichtendienst (il servizio federale di intelligence, Bnd) con l’obiettivo di trasformarlo da un’agenzia prevalentemente dedicata alla raccolta e analisi di informazioni in un servizio capace di condurre anche operazioni attive contro le minacce ibride. Dietro quest’accelerazione c’è il pericolo di un disimpegno dell’Amministrazione Trump, e l’aumento esponenziale delle cosiddette Foreign information manipulation and interference (spesso abbreviato in Fimi), che hanno bisogno di una risposta più coordinata a livello governativo e, allo stesso tempo, di più trasparenza diretta all’opinione pubblica – l’altro ieri la Farnesina ha iniziato una campagna di comunicazione pubblica proprio sulle Fimi.Fra tutti i paesi industrializzati e democratici che si attrezzano con nuove norme e istituzioni per adattare il livello di sicurezza nazionale alle nuove minacce, il Giappone però è l’unico a subire il costante attacco sistematico e coordinato da parte di Cina e Russia, che accusano il governo Takaichi di stare costruendo un nuovo militarismo imperiale. Il violento boicottaggio economico e politico contro Tokyo è iniziato nel novembre scorso, quando la prima ministra Takaichi ha parlato di un eventuale coinvolgimento del Giappone a difesa di Taiwan nel caso di un eventuale attacco armato da parte di Pechino. Otto mesi dopo, però, con il sentimento antigiapponese in costante aumento in Cina, più di qualcuno inizia a sospettare che Taiwan non c’entri più molto, ma che piuttosto per Pechino sia importante mobilitare una parte di mondo, quella più dipendente dalla Cina e sensibile alle sue richieste politiche, contro un Giappone più attivo dal punto di vista della sua sicurezza.