Negli ultimi quattro anni un’unità di intelligence militare russa di stanza a Tokyo ha reperito macchinari specializzati e componenti per costruire armi usate nella guerra in Ucraina, soprattutto microchip e trasmettitori. L’ha fatto eludendo le sanzioni internazionali che vietano la vendita di queste tecnologie alla Russia. È la conclusione di un’inchiesta del New York Times pubblicata domenica, secondo cui la fiorente industria tecnologica del paese, unita alla mancanza di un robusto apparato statale di controspionaggio, hanno reso il Giappone il luogo perfetto per questa operazione.

Il governo ucraino ha recentemente stimato che il 90 per cento dei missili e dei droni russi contengano ormai componenti giapponesi, diventate indispensabili per la Russia per continuare a fabbricare armi capaci di stare al passo con quelle ucraine, sempre più avanzate. La Russia se le deve però procurare illegalmente, visto che a causa delle sanzioni non può importarle; e il Giappone è il maggiore esportatore mondiale delle tecnologie “dual use”, ossia che possono avere applicazioni sia in ambito civile che militare.

Secondo il New York Times, l’unità di intelligence militare russa incaricata di questa operazione si chiama 20° Direttorato, potenziata dopo l’invasione russa dell’Ucraina iniziata a febbraio del 2022. In quel periodo molti paesi occidentali cominciarono a espellere funzionari e diplomatici sospettati di essere spie russe e vietarono alle loro aziende di avere rapporti commerciali con quelle vicine al governo russo. Decine di funzionari e diplomatici espulsi arrivarono in Giappone.