Made in China. È la scritta su parti fondamentali dei droni che l'Ucraina utilizzerà per colpire la Russia. A prima vista potrebbe sorprendere, soprattutto chi ritiene che il legame tra Pechino e Mosca sia davvero senza limiti. Eppure, è solo l'ultimo dei tanti paradossi di una guerra che non accenna a concludersi. La Commissione europea ha autorizzato Kiev a utilizzare parte dei fondi del nuovo programma di sostegno militare per acquistare componenti cinesi destinati alla produzione di droni. Una deroga alle regole del piano europeo da 60 miliardi di euro per la difesa ucraina, pensato proprio per rafforzare la base industriale di Unione Europea, Ucraina e Paesi partner, che rivela però una realtà difficilmente aggirabile: senza la componentistica cinese, oggi, la guerra dei droni non potrebbe essere combattuta né da Kiev né, in larga misura, da Mosca. La Commissione ha giustificato la decisione con "le necessità più urgenti". L'industria europea non è infatti in grado di fornire in tempi rapidi motori elettrici, batterie, sensori, controller di volo ed elettronica nelle quantità richieste da un conflitto che ha trasformato il drone nell'arma simbolo della guerra moderna. L'Ucraina dispone ormai di uno degli ecosistemi più innovativi al mondo nella progettazione e nell'adattamento di velivoli senza pilota, ma la domanda supera ampiamente la capacità produttiva interna e quella dei partner occidentali. Secondo funzionari ucraini, i droni sarebbero responsabili di circa l'80% delle perdite russe sul campo. La decisione europea mette in evidenza un nodo che va oltre il conflitto. Da tempo Bruxelles accusa la Cina di contribuire indirettamente allo sforzo bellico russo attraverso l'esportazione di beni dual use e componenti elettroniche. Parallelamente, il Servizio europeo per l'azione esterna ha appena inserito Pechino, insieme a Mosca, tra gli attori che intendono ridefinire l'ordine internazionale secondo logiche di sfere di influenza. Eppure la stessa Unione europea riconosce implicitamente che, almeno nel breve periodo, la filiera cinese rimane indispensabile anche per sostenere la capacità difensiva dell'Ucraina. Il paradosso è solo apparente. La Repubblica Popolare domina infatti gran parte della catena globale del valore dei droni commerciali: motori brushless, batterie al litio, magneti permanenti, sensori ottici, moduli radio, schede elettroniche e numerosi altri componenti vengono prodotti quasi esclusivamente da aziende cinesi o dipendono da materie prime lavorate in Cina. Anche quando il drone viene progettato e assemblato in Ucraina o in Europa, una quota rilevante della sua tecnologia continua ad avere origine cinese. Questo rende estremamente complesso il cosiddetto decoupling tecnologico. L'obiettivo occidentale di costruire catene di approvvigionamento "friend-shoring" o "de-risked" si scontra con la realtà industriale. Non basta spostare l'assemblaggio finale o incentivare nuove fabbriche europee: ricostruire intere filiere richiede anni, investimenti enormi e competenze che la Cina ha accumulato in decenni di leadership manifatturiera. Il caso di Taiwan dimostra quanto il problema sia più profondo della semplice retorica politica. L'isola promuove da tempo le cosiddette "catene di approvvigionamento non rosse", alternative alle filiere della Cina continentale e considerate fondamentali anche dagli Stati Uniti. Eppure, gli stessi produttori taiwanesi ammettono come sia spesso impossibile eliminare completamente la componentistica proveniente dalla Repubblica Popolare nella costruzione di droni destinati all'utilizzo militare. Ancora più difficile è verificare l'origine effettiva delle terre rare impiegate nei magneti permanenti: anche quando i fornitori certificano un'origine diversa dalla Cina, ricostruire l'intera filiera risulta praticamente impossibile. Gli Stati Uniti stanno cercando di ridurre questa dipendenza imponendo standard molto più rigidi ai propri fornitori della difesa e incentivando la produzione sul territorio americano. L'Europa, invece, appare ancora in una fase di transizione, costretta a bilanciare le ambizioni di autonomia strategica con le esigenze immediate del fronte ucraino. La deroga concessa dalla Commissione europea riconosce implicitamente che il dominio cinese su alcuni snodi strategici delle catene industriali non è, almeno per ora, aggirabile.