(Al)l’inferno siamo noi. Camus si rivolterà nella tomba per aver subito una citazione in questo breve editoriale, ma tant’è, non ci viene in mente un’altra immagine per descrivere quello che vivono da alcune settimane molti lavoratori milanesi. Con un caldo e un’umidità da fare invidia a Bangkok, costretti a rimanere in città (mentre parenti, figli e fortunati vari sono già al mare o in montagna) per andare a lavorare perché comunque il mutuo non si paga da solo, arrancano verso le fermate di metro, bus e tram e lì arriva il colpo di grazia: decine di persone in attesa (causa orario estivo che dirada le corse) che non riusciranno mai a salire tutte. Chi ce la fa si ritrova stretto in modalità sardina e, se tutto va male, senza nemmeno l’aria condizionata. L’arrivo in ufficio sembra quello del disperso nel deserto che, ormai consumato, approda in un’oasi.
Un’esperienza provata da chi scrive più volte in questi giorni e messa anche nero su bianco da una nostra lettrice, abbonata ATM, che pone una questione concreta: chi resta a Milano per lavorare (e paga l’abbonamento per intero) ha gli stessi diritti di chiunque altro? O deve subire in silenzio un servizio che nei mesi estivi, tra cantieri, deviazioni e riduzione delle frequenze, viene sistematicamente dimezzato e peggiorato?











