Un’insegnate precaria ha il diritto di rimanere in servizio oltre i 67 anni di età per raggiungere i 20 anni di contributi necessari a tagliare il traguardo della pensione di vecchiaia? Una innovativa sentenza emessa dal Tribunale di Bari sezione Lavoro ispirata non solo a principi di diritto, ma anche a un profondo senso di giustizia e al buon senso ha risposto «si». Una decisione pilota, se si considera «l’assenza di precedenti di legittimità» nonché «l’assoluta novità della questione trattata» come si legge nel provvedimento emesso nei giorni scorsi dal giudice Vincenzo Maria Tedesco che ha accolto il ricorso della prof. che si è rivolta allo Snals provinciale Bari-Bat, assistita nel giudizio dall’avvocato Francesco Greco.
Questa è la storia di una docente barese oggi 67enne il cui sogno era insegnare. Lo ha fatto a singhiozzo, con contratti di lavoro a tempo determinato che si sono succeduti dal 2000 sino ad oggi, senza mai essere passata di ruolo. Quando l’obiettivo pensione sembrava dietro l’angolo, un bel giorno, anzi, un brutto giorno, l'insegnante non ha passato lo scoglio delle «graduatorie ad esaurimento» (Gae) a causa dei rigidi limiti anagrafici previsti dal ministero dell'Istruzione e del Merito (Mim) che vietano l'iscrizione a chi ha più di 67 anni. Della serie, dopo anni dietro la cattedra nella speranza della stabilizzazione, «Grazie per quello che ha fatto e arrivederci». Ma la donna non si è arresa. Ha chiesto aiuto al sindacato provinciale e regionale del sindacato guidato dal segretario, prof. Vito Masciale e all’avvocato Greco, e un giudice di merito le ha dato ragione, applicando, tra le prime decisioni in Italia (dopo quella del Tribunale di Siena), il principio di non discriminazione tra lavoratori a tempo determinato e indeterminato, sancito dal diritto dell'Unione Europea.










