Pavia Sotto i campi, tra gli antichi alvei del Ticino e i cascinali che ancora punteggiano il territorio, sono rimaste nascoste per secoli storie di monasteri, porti fluviali, famiglie nobili, dogane e comunità contadine. Maria Lambro le ha cercate negli archivi, sulle vecchie mappe e nei ricordi degli abitanti. Infermiera al policlinico San Matteo e appassionata di storia e archeologia, ha impiegato oltre sei anni per ricostruire le vicende di Cantarana, Campo Maggiore e degli altri insediamenti sorti sulla sponda destra del fiume. Il risultato è il volume La valle del Ticino, da Cantarana a Campo Maggiore. Storia di un antico Comune (Univers, 2026), una ricerca di 620 pagine che attraversa il territorio dalla Preistoria all’età contemporanea. Un lavoro nato dal legame personale con Cantarana, frazione di Carbonara al Ticino dove Maria Lambro è nata e dove, prima di lei, hanno vissuto sua madre, sua nonna e la bisnonna. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? «Lavoro come infermiera al San Matteo, ma ho sempre avuto una grande passione per la storia e l’archeologia. Durante il periodo del Covid, anche per estraniarmi dalle difficoltà di quei mesi difficili, ho cominciato una piccola ricerca su Cantarana, il luogo in cui sono nata. Quando il Comune di Carbonara al Ticino mi ha aperto le porte dell’archivio, con esse mi si è aperto un mondo. Ho deciso così di estendere lo studio a tutti i cascinali della zona». Quali località ha preso in considerazione? «Ho studiato soprattutto Cantarana, Campo Maggiore, Casoni, Canarazzo, Brunoria e Case Nuove. Ho scoperto che Campo Maggiore già nel secolo XV era un Comune rurale, con sindaci e, in precedenza, consoli, elencati nel testo dal Settecento ai primi anni dell'Ottocento. Dal secolo XVIII il territorio divenne parte dello Stato Sardo ed era quindi un territorio di confine. Da lì sono nate ulteriori domande centrali del libro: perché questi insediamenti erano sorti lungo una zona acquitrinosa, priva di argini e spesso colpita dalle alluvioni?». Quali fonti ha utilizzato? «Sono partita dall’archivio comunale di Carbonara al Ticino (parte storica) poi sono passata all'Archivio diocesano di Pavia, in piazza Duomo, l'Archivio di Stato di Torino e di Pavia e all'Archivio Storico Civico (sede di Piazza Petrarca e biblioteca Bonetta). Proprio alla Bonetta ho trovato un'abbondante documentazione relativa ai documenti detti dell'Archivio dei Marchesi Malaspina dello Spino Fiorito, contenenti nelle varie filze documenti di famiglie precedenti possidenti di questi territori, tra cui i Ferrari nel secolo XVI, i Fiamberti, i Carminali e i Malaspina. Dopo ogni compravendita o alluvione annotavano ciò che era rimasto e ciò che doveva essere ricostruito per i contadini. Quei documenti mi hanno permesso di ricreare nel dettaglio il paesaggio tra il Seicento e il Settecento, comprese anche alcune tipologie di abitazioni ormai scomparse, costituite da pareti in terra pressata e tetto in paglia, oppure in vimini e tetti in paglia, del tutto simili ai casoni Veneti ancora conservati». Ha utilizzato anche l’intelligenza artificiale per le ricostruzioni? «Sì, ma partendo sempre dai documenti. A Campo Maggiore ho scoperto l’esistenza di un Oratorio più antico di quello costruito nel 1703 dalla famiglia Carminali e dedicato all'Immacolata Vergine Maria. Nelle carte Malaspina infatti ho trovato una descrizione precisa dell’edificio con inventario degli arredi, redatto nel 1676 pertinente la vendita della possessione fatta dalla famiglia Fiamberti ai Carminali. Un altro documento riporta le misure del più antico Oratorio che doveva essere del secolo XV. Inserendo tutte queste informazioni, dal tipo di muratura alla struttura, sono riuscita a ottenere una ricostruzione grafica verosimile. Se utilizzata con attenzione, l’intelligenza artificiale può aiutare a unire il passato e il futuro». Qual è stata la difficoltà maggiore? «Trovare e consultare i documenti divisi e sparpagliati in vari contesti. Oggi racconto il percorso come se fosse stato lineare, ma sono stati sei anni e mezzo di ricerca. Alcuni materiali erano difficili da individuare. A Torino ho ottenuto rapidamente anche online le mappe del Catasto Sabaudo del Comune di Campo Maggiore, invece, la consultazione è stata complessa ma mi ha permesso di ricostruire molti aspetti del territorio come ad esempio diversi tipi di coltivazione tra Seicento e l'Ottocento con relativi nomi di campi». Che ruolo ha avuto il Ticino nello sviluppo di questi insediamenti? «Il fiume è sempre stato una fonte di vita, ma anche un elemento capace di distruggere e modificare il paesaggio. Ho studiato come il suo corso si sia spostato nel tempo verso la riva sinistra, in direzione di Torre d’Isola, sia per cause naturali sia per gli interventi dell’uomo. Una scoperta importante è stata la piroga trovata nel 1982 davanti al Canarazzo e oggi esposta alle Scuderie del Castello Visconteo. La datazione al carbonio 14 la colloca intorno al 340 avanti Cristo e dimostra che la zona era frequentata già in epoca antica, come i limitrofi reperti della Località Sabbioni, con rinvenimenti di punte di selce, pugnali e bracciali, dal Neolitico all'età del Ferro». Come nacquero i cascinali? «Dopo la caduta dell’Impero romano e il disfacimento delle ville con il loro sistema il territorio tornò a ricoprirsi di boschi: nacque la cosiddetta Silva Carbonaria. Da questa attività deriverebbe anche il nome di Carbonara al Ticino. Le cronache introducono anche alla figura di Sant'Aldo, eremita e carbonaio nella Silva. Successivamente i monasteri di San Pietro in Ciel d'Oro e Teodote, acquisirono le terre grazie a donazioni regie Longobarde, le disboscarono e permisero ai contadini di stabilirsi e lavorare nella zona. Un ruolo decisivo lo ebbe anche il Porto Rasaroli, poi chiamato Porto di Santa Sofia in origine di proprietà di San Pietro in Ciel d'Oro che collegava Cantarana con la riva pavese e favoriva il passaggio di persone, merci, animali e soldati sulla strada conducente a Torre d'Isola e di un suo attiguo monte definito nelle Carte con il termine di Mons Birbigarius». Che cosa raccontano i nomi dei luoghi? «Cantarana, nonostante il suono suggestivo, indicherebbe un luogo caratterizzato da acque stagnanti e acquitrinose. Campo Maggiore deriva dal latino campus maior, cioè un grande campo. Brunoria, invece, prende il nome dalla famiglia Brunori, presente negli stati d’anime di San Lanfranco. Nei secoli la stessa cascina si era chiamata anche Zuccotta, Santo Spirito e Gallo per via della proprietà del suddetto Monastero di Pavia. I toponimi conservano quindi le tracce delle famiglie, dei monasteri e delle attività che si sono succedute». Quanto è stata importante la memoria degli abitanti? «Moltissimo. I documenti sono stati fondamentali, ma le testimonianze orali hanno completato la ricerca. Una donna di nome Agostina, che aveva vissuto a Campo Maggiore, mi ha raccontato per cinque ore il lavoro nei campi e la vita quotidiana. Ho raccolto anche filastrocche, modi di dire, ricette e tradizioni tramandate da mia madre, da mia nonna e dagli abitanti. Molte persone hanno sentito il libro come parte della propria storia». Dopo questa ricerca guarda quei luoghi in modo diverso? «Profondamente diverso. Ora conosco quasi ogni punto del territorio. Quando passo vicino al Ticino immagino il porto, la dogana Sabauda, la piroga protostorica, le chiese scomparse o la battaglia combattuta davanti alla Brunoria durante la Seconda guerra d’indipendenza. Il mio obiettivo è custodire il passato e far capire, soprattutto ai giovani, che anche un piccolo fazzoletto di terra può contenere secoli di storia. Conoscere un territorio significa anche proteggerlo».