Come al solito, nessuno sembra notare la minima contraddizione nel fatto che a chiedere le preferenze siano gli stessi che invocano patti anti-inciucio, leggi anti-trasformisti e vincolo di mandato, che fotografano le schede o escogitano altri trucchi allo scopo di violare la segretezza del voto, che lanciano crociate contro i franchi tiratori e vorrebbero imporre sempre il voto palese, come Giorgia Meloni che ieri pomeriggio invitava tutti a «metterci la faccia», chiudendo il suo appello con uno slogan che è la sintesi perfetta di questi tempi impazziti: «Sì alle preferenze. No al voto segreto». Più passa il tempo, più mi convinco che in Italia la democrazia morirà di frasi fatte, gridate da persone ormai disabituate ad ascoltare quello che dicono, al punto da poter sostenere contemporaneamente due posizioni diametralmente opposte senza nemmeno rendersene conto.

Da un lato, infatti, si invocano le preferenze contro «il parlamento di nominati», contro la vergogna delle liste bloccate, contro l’occupazione delle istituzioni da parte di un esercito di lacchè capaci solo di obbedire ai capipartito; dall’altro si grida allo scandalo ogniqualvolta i parlamentari si permettono di votare diversamente da come ordinato dai suddetti capipartito, li si chiama traditori e si invocano norme o sotterfugi per impedire che lo scandalo si ripeta, a cominciare dalla limitazione (o dall’aggiramento) del voto segreto. Ma l’intero discorso pubblico sulle riforme istituzionali e sulla legge elettorale – che in realtà è un modo surrettizio per cambiare gli equilibri costituzionali, introducendo una sorta di presidenzialismo di fatto – è infestato da simili contraddizioni da oltre trent’anni.