Pubblicato il: 14/07/2026 – 19:30

REGGIO CALABRIA Linguaggio criptico nelle conversazioni telefoniche, oltre che schede telefoniche «dedicate» e opportunamente intestate a terze persone. Precauzioni utilizzate per eludere eventuali controlli e messe in atto dall’organizzazione smantellata ad Arghillà, quartiere periferico di Reggio Calabria trasformato nel cuore pulsante di una sistematica rete di narcotraffico. Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia reggina hanno squarciato il velo su questo business criminale dai numeri impressionanti. L’inchiesta è culminata in una vasta operazione di polizia giudiziaria curata dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri, dalla Squadra Mobile, dalla S.I.S.C.O. e dalla Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria, che ha portato all’applicazione di 79 misure custodiali (73 in carcere e 6 ai domiciliari). I reati contestati a vario titolo agli indagati vanno dall’associazione mafiosa al traffico di stupefacenti con l’aggravante di agevolazione della ‘ndrangheta, fino a estorsione, riciclaggio e porto di armi da guerra.

Il narcotraffico

Secondo quanto messo nero su bianco nelle carte dell’ordinanza cautelare, «nella frazione di Arghillà insisteva un’associazione dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti, capeggiata dai germani Morelli ben strutturata nelle sue componenti organizzative ed operative, ed anch’essa radicata nel tempo». A tirare le fila del sodalizio era Fabio Morelli, che – secondo l’accusa – gestiva gli affari in nome e per conto dei fratelli detenuti Cosimo e Andrea. Un’attività che, come sottolineano i magistrati, non poteva prescindere da una «precisa e strutturata organizzazione dell’attività di spaccio in senso lato onde massimizzare le vendite, e quindi i profitti per l’organizzazione». Una struttura flessibile, modellata dallo stesso Morelli che, per superare l’inaffidabilità o l’arresto dei suoi pusher, non esitava ad «arruolare (e talvolta richiamare) nuovi personaggi tra la manovalanza di cui disponeva la cosca».