Le notizie degli ultimi giorni non depongono a favore della mia previsione sulla possibilità che Giuseppe Conte, pur di tornare a Palazzo Chigi, si sarebbe mostrato disponibile a correggere le sue posizioni sulla guerra in Ucraina. Al momento, anzi, si direbbe che lui e tutto il suo partito abbiano imboccato con decisione la strada opposta. Tuttavia, non mi persuade l’idea che il motivo sia la preoccupazione per la concorrenza di un’eventuale rifondazione grillina guidata da Alessandro Di Battista, e ancor meno mi convincono le analogie con quanto sta accadendo a destra con il partito di Roberto Vannacci.

Per la semplice ragione che Di Battista non è Vanacci, non ha venduto neppure un decimo delle sue copie, è entrato in parlamento nel 2013 e da quando ne è uscito, nel 2018, ha annunciato o fatto annunciare progetti di ogni tipo, di cui si sono presto perse le tracce (come l’indimenticabile collana editoriale che avrebbe dovuto esordire con un libro su Bibbiano, per fortuna dell’editore mai partita). La differenza fondamentale, però, è che l’Italia non è piena di nostalgici di Beppe Grillo. Insomma, un partito guidato da Di Battista, ammesso e non concesso che veda mai la luce, e che Di Battista non si stufi di occuparsene dopo le prime due settimane, non penso potrebbe seriamente impensierire il leader del Movimento 5 stelle.