Mentre buona parte del Pd è angosciata dal fatto di avere come leader Elly Schlein, e atterrita dalla prospettiva di doverla candidare premier, Giuseppe Conte continua a chiedere le primarie del campo largo per individuare lo sfidante di Giorgia Meloni. I bene informati riportano che sta da tempo costruendo una rete sul territorio in grado di sostenerlo nella competizione interna all’alleanza. Il capo di M5S si fa forte dei sondaggi che, in un ipotetico duello con la segretaria dem, lo vedono prevalere con il doppio dei consensi sulla rivale.

Scommette anche sul fatto che, se saranno primarie aperte, i potenziali terzi incomodi dell’area riformista e moderata sottraggano voti a lei e non a lui. Qui però fa i conti senza l’oste. Potrebbe sempre spuntare anche un candidato di Avs e della sinistra più estrema a rovinargli la festa, soprattutto ora che si è scoperto che l’avvocato del popolo non disdegna Donald Trump, come invece vuol far credere, e anche sulla guerra in Ucraina ha corretto il tiro, assumendo posizioni più europeiste e meno putiniane.

Quindi è opportuno leggere le dichiarazioni dell’ex premier con le giuste lenti. Conte ha un solo obiettivo: tornare a Palazzo Chigi, a qualsiasi costo. Le sorti di M5S sono per lui secondarie, punta a gonfiare se stesso, non il partito, che anzi più è grande, più è difficile da gestire e si incarta, come la recente storia ha dimostrato. Il suo riferimento è Bettino Craxi, che con poco più del 10% è arrivato a essere l’uomo più potente d’Italia, facendo l’ago della bilancia. Le primarie, per il leader grillino, sono un mezzo, non un fine. Proseguirà con il chiederle certo, visto che spaccano e mettono in imbarazzo l’alleato-rivale piddino, ma non in tono ultimativo, bensì come elemento di trattativa; perché vuole tenersi aperta ogni possibilità e poi perché, alla fine, non è sicuro che le vincerebbe.