Alla vigilia del voto cruciale alla Camera dei deputati, fissato per domani, 14 luglio, la maggioranza di governo affronta una delle prove più difficili del suo percorso, mostrando una profonda spaccatura proprio sulle regole del confronto elettorale.

Il dato politico più clamoroso non risiede nei dettagli tecnici della riforma, bensì nell’assenza delle firme di Lega e Forza Italia sotto l’emendamento sulle preferenze depositato da Fratelli d'Italia, Noi Moderati e Udc. In un Parlamento dove le defezioni pesano quanto le dichiarazioni ufficiali, questa crepa espone il centrodestra al rischio che il voto segreto trasformi un dissenso controllabile in un incidente istituzionale.

Il cuore del conflitto è lo scontro tra liste bloccate e la possibilità per gli elettori di scegliere i candidati. L’impianto della legge prevede un sistema proporzionale con un premio di maggioranza per chi supera il 42% dei consensi: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato.

Nella versione base restano le liste bloccate, ed è su questo punto che si concentra la contesa. L’emendamento di FdI introduce il cosiddetto “meccanismo toscano”: il capolista rimane bloccato e deciso dal partito, mentre dal secondo nome in poi l’elettore può esprimere fino a tre preferenze, nel rispetto dell’alternanza di genere. Un compromesso che, tuttavia, non ha fugato i timori degli alleati.