Da domenica entra pienamente in vigore il decreto ministeriale sull’omologazione degli autovelox. Il provvedimento, firmato dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini, pone fine a decenni di confusione e di polemiche si rilevatori di velocità, tra ricorsi degli automobilisti e sentenze della Cassazione. La prima conseguenza tangibile sarà la disattivazione di numerosi autovelox: a partire dalla mezzanotte “2.856 apparecchi potranno continuare a fare multe e 1.204 andranno spenti“, spiega al Corriere Luigi Altamura, comandante della polizia locale di Verona e referente Anci.
Ma perché 1.204 dovranno essere spenti? Non perché hanno problemi di funzionamento ma, semplicemente, perché non fanno parte dell’elenco dei modelli considerati dal ministero conformi ai requisiti e che vengono automaticamente considerati omologati. Per comprendere questa storica disputa bisogna fare un salto di 34 anni. Nel 1992, il regolamento di esecuzione e attuazione del Codice della Strada ha previsto che, per essere utilizzati, le apparecchiature per l’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità devono essere “omologate” e “approvate” dal ministero. Ma in questi anni nessuno ha mai previsto iter e i criteri per l’omologazione: pertanto nessun autovelox è stato mai omologato in Italia, ma soltanto autorizzato dal ministero. Recentemente, però, diverse sentenze della Corte di Cassazione – esprimendosi sui ricorsi di alcuni automobilisti – hanno ribadito che si tratta di due procedure distinte ed entrambe necessarie. Sentenze che avevano creato il caos, in particolare per le amministrazioni comunali.











