In un momento storico di profonda crisi, tra guerre, sovranismi, litigiosità e tutto il peggio della burocrazia, incapace di reggere il confronto con Usa, Cina e Russia, la vecchia Europa ha un settore nel quale può ancora sentirsi una potenza globale: il calcio. Sei nazionali ai quarti di finale del mondiale (in Qatar, nel 2022, furono cinque), i trequarti del totale, ribadiscono una superiorità tecnica indiscutibile, favorita anche dalla crisi del Brasile, dal flop dell’Asia e dai limiti ancora evidenti del calcio nordamericano. Neppure Trump e la sua prepotenza senza precedenti sono riusciti a trascinare gli Stati Uniti tra i primi otto del mondo: il Belgio di Rudi Garcia ha riportato il calcio al centro del villaggio. Le sei nazionali approdate al terzultimo atto del torneo rappresentano l’Europa Occidentale: quella orientale, monca in partenza della Russia per cause arcinote, si è fermata ai sedicesimi con la gloriosa Croazia, al passo d’addio dopo un ciclo memorabile. Spagna, Francia, Belgio e Svizzera segnano una linea continua, dalla penisola Iberica al mare del Nord, attraversando Pirenei e Alpi. L’Inghilterra è il motore pulsante della Gran Bretagna. La Norvegia è la nuova Scandinavia, quella dell’agiatezza partorita dai pozzi petroliferi e da un fondo sovrano che rende ancora più ricchi i 5 milioni e 627 abitanti (dati del sondaggio 2026).