La Coppa del mondo del 2026, ospitata da Stati Uniti, Canada e Messico, è molto più di un grande evento sportivo. È il punto d’incontro tra geopolitica, business, diplomazia e soft power, in cui gli Stati cercano di proiettare la propria immagine e rafforzare la propria influenza. Ma, al di là delle strategie e degli interessi, il calcio continua a conservare la forza universale di un linguaggio capace di unire persone, culture e generazioni. Il punto di Armando Varricchio, presidente di STMicroelectronics e già ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti
Un bambino che dà un calcio a una lattina di Pepsi in una favela o in un campo di polvere di una megalopoli africana. Una ragazzina con il capo coperto, che segnando un gol con un pallone un po’ sgonfio in una porta improvvisata a Gaza o in un campo profughi iracheno sogna di diventare padrona del proprio destino. E dall’altro capo del mondo i tecnologici stadi del football americano adattati agli spazi e alle regole di un gioco con la palla tonda che è divenuto linguaggio universale. Gesti semplici, ripetuti e riconosciuti negli ambienti più diversi. Dalle scuole più esclusive e centri sportivi avveniristici alle strade delle sterminate periferie del mondo.






