Quando piove forte su una città impermeabilizzata, l'acqua non ha dove andare. I tombini si intasano, le fognature rigurgitano, le strade diventano fiumi. È un problema antico ma il cambiamento climatico lo ha reso strutturale: gli eventi di precipitazione intensa sono più frequenti, più violenti, e colpiscono città costruite per un clima che non c'è più. La risposta tradizionale è più tubi e più cemento, è costosa, lenta da realizzare e non risolve la causa: il suolo urbano che ha smesso di assorbire.

Esiste un'alternativa già operativa, tecnicamente matura e in diversi casi più economica dell'infrastruttura convenzionale. Si chiama Sustainable Drainage Systems (SuDS) e viene anche chiamata "città spugna": una soluzione che tratta l'acqua piovana non come un rifiuto da smaltire il più rapidamente possibile ma come una risorsa da trattenere e, dove possibile, riutilizzare. Rain garden, aree di bioritenzione, pavimentazioni permeabili, bacini vegetati, bioswale: dispositivi che restituiscono al suolo urbano una capacità drenante.

Il secondo Climate Paper di SHIFT, think tank italiano di politiche climatiche promosso da Gruppo CAP, cataloga oltre venti casi realizzati in Italia e in Europa, dalla Laguna di Venezia a Barcellona, da Milano a Parigi, misurando prestazioni, costi e co-benefici. Il quadro che emerge è netto: «Le Nature Based Solutions (NBS) sono già tecnicamente mature in molti ambiti», si legge nello studio. «Il vincolo non è la fattibilità, ma tre barriere ricorrenti: un gap conoscitivo, meccanismi di finanziamento inadeguati e una governance frammentata».