È a pagina 1660 delle motivazioni della sentenza con cui lo scorso gennaio il giudice Emanuele Mancini ha condannato a oltre 500 anni di carcere i vertici del Consorzio di mafie al Nord, che si trova il racconto del “capitale relazionale” del nuovo sistema mafioso lombardo che dimostra “una elevata capacità di penetrazione dell’associazione mafiosa all’interno di ambiti imprenditoriali nonché istituzionali e para-istituzionali”. Relazioni pericolose, dunque, o meglio, scrive il giudice, “di connivenza e collaborazione con settori imprenditoriali, soggetti appartenenti alla pubblica amministrazione, nonché con operatori di settori strategici, tra cui forze di polizia, funzionari dell’amministrazione finanziaria e personale sanitario operante presso strutture pubbliche e private”. Si tratta dunque di una “contiguità compiacente” che al di là di “condotte illecite penalmente” non provate, assume “rilevanza da un lato, all’interno del sodalizio per consolidarne la forza sociale e, dall’altro, verso l’esterno nei confronti dei consociati che possono, a loro volta, saggiarne la capacità di permeare il tessuto economico e sociale del territorio locale e nazionale”.

Di più: secondo la sentenza “in questo quadro si collocano anche i rapporti intrattenuti con esponenti del mondo politico, a livello nazionale e locale, che hanno ulteriormente rafforzato la proiezione esterna del sodalizio e ne hanno agevolato le strategie di espansione territoriale e imprenditoriale”.