LAMEZIA TERME Non più clan separati. Non soltanto droga, intimidazione e controllo del territorio. Ma cooperative, fatture false, crediti fiscali, professionisti, imprese e relazioni. È questa la mafia lombarda che emerge dalle motivazioni della sentenza del processo “Hydra”, pronunciata il 12 gennaio 2026 dal gup del Tribunale di Milano, e depositata nelle scorse ore. La decisione del giudice Emanuele Mancini, arrivata all’esito del giudizio abbreviato, ricostruisce un sistema criminale che, secondo il gup, avrebbe superato la tradizionale frammentazione tra sigle mafiose per trasformarsi in una struttura stabile, trasversale e capace di muoversi dentro il mercato. Non solo reati-fine, dunque, ma un metodo. Un modello di penetrazione economica in grado di alterare la concorrenza, condizionare imprese e generare un clima di assoggettamento nel territorio.
Il cartello delle mafie in Lombardia
Il cuore delle motivazioni è nel riconoscimento di un salto di qualità: non singole infiltrazioni isolate, ma una rete capace di mettere insieme esponenti legati a Cosa nostra, camorra e diverse articolazioni della ’ndrangheta. Tra queste, la cosca Iamonte, radicata nel Locale di Desio, e le famiglie attive sull’asse Legnano-Lonate Pozzolo. Secondo la ricostruzione accolta dal gup, il sistema mafioso lombardo avrebbe compreso che, al Nord, la logica del conflitto aperto è controproducente. La forza non sta più soltanto nella capacità di intimidire, ma nella possibilità di cooperare, spartire affari, condividere relazioni e ridurre al minimo le frizioni interne. «Una sorta di cartello criminale capace di unire patrimoni, contatti e competenze diverse. Attraverso una cassa comune e una rete di rapporti trasversali, i diversi gruppi avrebbero imparato a muoversi come un’unica holding, concentrata sulla penetrazione dell’economia legale e sulla gestione degli affari», scrive il gup.











