Non li hanno visti arrivare. Prima le logistiche, poi i data center. Forse perché Pavia, città dalla rara grazia, e la sua provincia, dai vigneti dell’Oltrepò alle risaie della Lomellina, sembrano reggersi su cultura e agricoltura. Ma la deindustrializzazione ha lasciato voragini. Così questo spicchio di Pianura padana è diventato preda ed emblema, secondo solo al Milanese, di bolle speculative.I facchini d’EuropaTale s’è rivelato l’e-commerce, con immensi profitti per le multinazionali e poli logistici a divorare le campagne. «La concentrazione inizia ad Alessandria, passa da qui, per il Lodigiano, la Bergamasca, estendendosi fino a Piacenza e Parma», spiega Alaa Nasser dell’Unione sindacale di base: «È un punto strategico lungo le direttrici verso i porti di Genova e Trieste, verso Milano, Torino, le principali autostrade e i valichi di confine». Peccato che il modello economico sia miope. «Si è smesso di produrre – continua Nasser – l’Italia, piattaforma naturale nel Mediterraneo dotata delle necessarie infrastrutture, è stata usata come hub e trasformata nel “facchino” d’Europa».Un buco nero che non genera valore e nutre una filiera ottocentesca. A capo ci sono general contractor come Amazon, Dhl, Brt, Gls, Sda, Geodis, Italtrans, marchi come Esselunga o Carrefour e quelli della moda pronta; da loro discende una catena di appalti e subappalti di solito affidati a cooperative: «Che, spesso, sono fittizie – racconta il sindacalista – servono per fruire di agevolazioni fiscali e partecipazione alle perdite da parte dei dipendenti. Siccome la maggioranza di loro è di origine straniera e ha difficoltà con la lingua, è facile rastrellare deleghe in assemblea per approvare bilanci favorevoli al datore e ripartire i debiti decurtando le buste paga».Tra carico, trasporto, stoccaggio e distribuzione delle merci, la responsabilità si disperde in mille società. «I salari sono bassi, i turni massacranti. Gli autisti aggirano il limite di ore di guida, s’accollano sanzioni e guasti. Si abusa di antidolorifici per evitare di prendere la malattia. Ovviamente i danni a livello muscolo-scheletrico, cardiocircolatorio e respiratorio si manifestano presto. Conosco giovani con i polmoni bruciati per l’andirivieni dalle celle frigorifere».La lotta per i diritti è dura, tra trattative negate, scioperi, picchetti sgomberati dalla polizia, risse e spedizioni punitive. Complica il tutto la razzializzazione: a ogni gruppo etnico corrisponde una mansione. E gli scontri tra categorie sono frequenti. «La guerra tra poveri giova ai padroni – conclude Nasser – nell’arco di qualche anno, peraltro, lavoratori e lavoratrici saranno rimpiazzati dai robot. Amazon, per esempio, sta meccanizzando anche l’impacchettamento».Nel Pavese la superficie coperta dalle logistiche supera i due milioni di metri quadrati. Senza contare strade e rotatorie, con corredo di traffico e smog. «I siti sono spuntati come funghi, in particolare tra Siziano e Landriano, tra Broni e Stradella», precisa Sergio Antonini, segretario generale della Filt Cgil Pavia: «Il comparto conta oltre seimila addetti, con picchi nei periodi clou degli acquisti. Ma alcuni colossi delocalizzano. Shein ha chiuso lo scorso dicembre per spostarsi in Polonia; siamo riusciti a ricollocare poche delle 450 persone impiegate. La stessa scena si replicherà in autunno con H&M. Alla fine, restano i capannoni deserti».Dal 2024 il contratto collettivo nazionale prevede garanzie come la clausola per riassorbire il personale a pari condizioni dopo un cambio d’appalto e si consolida la tendenza alla stabilizzazione. «La magistratura – prosegue Antonini – ha scoperto molti casi di false fatturazioni, evasione dell’Iva e dei contributi. Poiché i committenti rispondono delle irregolarità assieme ai fornitori, hanno capito che conviene internalizzare». Ora, però, virano su Paesi dove la manodopera abbonda e costa la metà.Data center, sì o noIntanto, con dinamica identica, un’altra bolla ha saturato la cintura metropolitana di Milano fino a insidiare il Parco agricolo Sud e il Pavese: i data center, appunto, campus dell’informatica che custodiscono server, unità di archiviazione di dati e apparecchiature di Rete per clienti come Microsoft, Google, Amazon. Da Bornasco a Vellezzo Bellini, ce n’è una decina. E vari sono in fase di progettazione, autorizzazione, costruzione. A Certosa di Pavia (località nota per l’omonimo complesso monumentale monastico) dovrebbe sorgerne uno da 55 mila metri quadrati, 15 in altezza, che ha acceso la protesta di cittadinanza, esperti e amministratori organizzati nel Comitato per la Tutela del territorio certosino.«Il luogo, pianeggiante e a basso rischio sismico, è ideale per queste strutture», ricorda Alberta Samuele, sindaca di Borgarello. Il paesino confina con Certosa e le sue abitazioni, la sua casa di riposo, il suo parco sul Naviglio sarebbero vittime dell’insediamento. «Non vogliamo opporci al progresso né scaricarne altrove le conseguenze – premette Samuele – chiediamo che la digitalizzazione sia accompagnata da studio, programmazione e senso etico». L’Intelligenza artificiale non è il nemico, insomma, ma oltre quale soglia l’impatto ambientale e sociale non deve spingersi?La Pianura padana è perno di dorsali della connessione veloce, «ma va subito chiarito quanti sono i posti di lavoro creati, quali sono le competenze richieste, i contratti applicati e i diritti assicurati», avverte Fabio Catalano Puma, segretario generale della Cgil Pavia: «Mentre vengono realizzati, i data center offrono occupazione nell’ambito dell’edilizia, dell’impiantistica… Una volta attivi, però, hanno bisogno di un numero esiguo di figure altamente specializzate. Il settore non può rimanere in balìa del mercato, occorre pianificazione».Catalano si riferisce pure al consumo di suolo: «Le comunità, escluse da processi decisionali che ne cambiano la vita, si confrontano da sole con attori dal potere enorme. I Comuni hanno le casse vuote e cedono davanti agli oneri di urbanizzazione versati dai costruttori, avallando l’idea che il territorio sia una risorsa negoziabile. È urgente definire una strategia, invece di semplificare e accelerare l’iter». La frecciata è rivolta alla legge approvata lo scorso maggio dalla Regione Lombardia, che ospita quasi la metà dei poli presenti in Italia ed è la prima a regolamentarli.«La normativa ricalca quella, inefficace, sulla logistica – riprende Samuele – basti pensare che sono stati autorizzati magazzini mai edificati». Del resto, Borgarello s’è fatto le ossa respingendo con una lunga battaglia legale un centro commerciale: «Dietro al progetto bloccato c’era lo stesso imprenditore che propone il data center a Certosa e che probabilmente ne proporrà uno qui. Se si continua ad agire in ordine sparso, conflitti d’interesse e speculazione proliferano; al contrario, un coordinamento dall’alto eviterebbe di accorpare tali realtà in una manciata di chilometri. L’effetto cumulativo è pericoloso».La sindaca auspica che la Provincia di Pavia, ente intermedio che ha siglato un protocollo d’intesa con gli operatori tecnologici, promuova le osservazioni dei Comuni riguardo alla legge regionale. «Tirate le somme, le compensazioni economiche risultano sottostimate rispetto alle ripercussioni negative. Ed è verosimile che si sacrifichino spazi così grandi inutilmente: l’evoluzione digitale mira alla miniaturizzazione».Pesa la mancata salvaguardia delle zone agricole. «Gli oneri su queste ultime sono stati raddoppiati; a breve, inoltre, nei Piani di governo del territorio i volumi per residenze e industrie saranno tagliati», dice Renato Bertoglio di Legambiente Pavia: «Nel frattempo, è corsa ad accaparrarsi suolo vergine; ci sono cordate, capeggiate da personaggi politicamente influenti, che convincono i coltivatori a vendere. Bonificare e riqualificare aree dismesse sarebbe la priorità, ma costa di più».Poi, l’energia. I data center macinano elettricità, perciò è indispensabile investire nella produzione da fonti rinnovabili. Per non dipendere dai combustibili fossili, per non mandare in tilt reti già stressate: «Si moltiplicano le domande di allaccio a Terna, il gestore, per potenze esorbitanti – commenta Samuele – mentre s’innalzano nuovi tralicci per l’alta tensione o si scava per elettrodotti sotterranei. Le bollette ne risentiranno». Analogo discorso vale per l’acqua, necessaria in abbondanza per raffreddare gli impianti.Blackout, siccità, inquinamento, rumore e calore. «I problemi di città e campagne rischiano di aggravarsi vicino a simili agglomerati», ammonisce Bertoglio: «I generatori che preservano il loro funzionamento ininterrotto sono alimentati a gasolio e sono sottoposti a manutenzione costante. Si temono quindi le emissioni di gas serra, oltre a quelle elettromagnetiche. Se negli Usa le controindicazioni sono documentate, da noi, l’Istituto superiore di Sanità sta avviando indagini epidemiologiche e il ministero dell’Ambiente sta stringendo le maglie dei controlli».