Milano e la Lombardia stanno entrando nella geografia globale delle città-data center. Non è più soltanto la capitale italiana della finanza, della moda o del real estate: sta diventando una gigantesca piattaforma infrastrutturale per il cloud, l’intelligenza artificiale e la circolazione dei dati. Una trasformazione raccontata come inevitabile modernizzazione tecnologica ma che, osservata da vicino, appare come una nuova fase della messa a valore del territorio. Circa 50 di sindaci si sono detti preoccupati e hanno chiesto che la regione Lombardia, il 26 maggio, li ascolti.

Per Pierfrancesco Majorino, consigliere regionale Pd, «siamo di fronte a una situazione molto rischiosa sul piano energetico e ambientale. Se non si interviene con delle regole a tutela dei nostri territori il rischio che vi sia una proliferazione selvaggia di cui ci pentiremo è assolutamente alla portata. Per questo la legge regionale proposta dalla destra è insufficiente».

La retorica è seducente: innovazione, transizione digitale, attrazione di investimenti, sovranità tecnologica. La realtà materiale invece è fatta di enormi capannoni energivori, consumo di suolo, pressione sulla rete elettrica, estrazione di acqua e ridefinizione silenziosa degli spazi urbani. Il cloud ha bisogno di terra, elettricità, cavi, raffreddamento, sicurezza e procedure accelerate.