«Anche i ricchi piangono». Non solo quelli con conti in banca multimilionari, ma anche i maestri riconosciuti del «futbol bailado». Il Brasile va a casa agli ottavi dal Mondiale di calcio americano. E lo fa il 5 luglio. Una data come una sentenza. Fatale come il 5 luglio del 1982, quando Paolo Rossi ne segnò tre ai verdeoro di Zico, Socrates e Falcao al Sarrià di Barcellona. E fu «Sarriazo», la tragedia del Sarrià. Come nel 2014, nel Mondiale casalingo, è stato «Mineirazo» per la clamorosa sconfitta patita (7-1) dal Brasile per mano della Germania al Mineirão di Belo Horizonte. Per non parlare poi della «madre di tutte le tragedie», il «Maracanazo» del 1950, quando al Maracanà di Rio de Janeiro l’Uruguay superò il Brasile contro ogni pronostico e si aggiudicò il suo secondo titolo mondiale.
Vent’anni dopo il «Sarriazo», il leggendario Paolo Rossi ha scritto un’autobiografia (testi di Antonio Finco) intitolata così: «Ho fatto piangere il Brasile». Rievocando due episodi in particolare: il trattamento non proprio benevolo ricevuto nel 1989 in Brasile durante una partita della Coppa Pelè e l’iniziale intransigenza di un tassista che, avendolo riconosciuto, non ne voleva sapere di accompagnarlo in albergo, perché «reo» di essere stato «charrasco do Brasil», il «boia del Brasile». Ruolo ceduto ora al norvegese Erling Haaland, un fisico e un modo di stare in campo diametralmente opposti a quelli di Pablito, eppure parimenti dirompenti: cosa c’è, infatti, di più «ecumenico» del calcio?













