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Paolo Tomaselli

Infantino ha frequentato la Casa Bianca più di un capo di Stato per proteggere la sua Coppa del Mondo, ma la simbiosi con il presidente Trump, dall'Iran penalizzato all'arbitro somalo respinto, è un boomerang che ora tocca anche i regolamenti. Il Mondiale ostaggio della Casa Bianca

DAL NOSTRO INVIATONEW YORK — «Pensate solo al calcio, please, please, please». L’appello accorato di Gianni Infantino all’inizio del Mondiale in Qatar, quando il tema dei diritti dei lavoratori e dei diritti umani rischiava di sovrastare quello sportivo, adesso è stato violato da Donald Trump in persona, che ha preso il pallone in mano e ha condizionato una scelta che invece è stata «indipendente e autonoma», secondo le parole del numero uno del calcio mondiale, costretto dal padrone di casa a perdere la faccia.

È brutto dirlo, ma quando il presidente degli Usa ha ritirato il «premio Fifa per la pace», una sorta di risarcimento del Nobel mancato (e già questo è grottesco in sé), l’unica Federazione a protestare ad alta voce è stata quella della Norvegia. La stessa cosa è successa quando Infantino, con una strategia formalmente corretta ma senza precedenti, ha accelerato per organizzare la Coppa del 2030 in tre continenti (Sudamerica, Europa e Africa), per poter assegnare all’Arabia Saudita (confederazione asiatica) quella del 2034, dodici anni dopo il torneo disputato in Qatar. Tutto con una votazione via zoom, per acclamazione, senza altri candidati.