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Massimiliano Nerozzi, inviato a New York

Il rapporto con Trump, una montagna di soldi, un jet che inquina come 78 persone in un intero anno: il Mondiale di Infantino

Siamo messi così: dopo aver consegnato la Coppa del Mondo, Gianni Infantino ha dovuto spiegare a Donald Trump che lui, nella festa e nelle foto ricordo della Spagna, non c’entrava granché; a quello stesso Presidente degli Stati Uniti che l’aveva chiamato al telefono per far sospendere la squalifica di Folarin Balogun perché era convinto che, in caso contrario, gli Usa avrebbero giocato in dieci la partita successiva. Non deve allora sorprendere che il Mondiale formato maxi — «ma vogliamo portarlo da 48 a 64 squadre», già promette il monarca (per il presidente della Conmebol, Dominguez, si farà già nel 2030 ndr) — sia stato un successo enorme, per la Fifa e il suo presidente, agli occhi dell’amministrazione americana e dei milioni di tifosi che hanno stipato gli stadi. Bellissimi, grazie al football Nfl, e pienissimi.

Del resto, si finisce sempre li, potere e quattrini: Infantino è uno stregone delle specialità, solleticando i favori del primo — do you remember il Fifa Prize per la Pace a Donald? — e a far fare i secondi. Una montagna di soldi, sugli 11 miliardi di dollari complessivi all’incasso, almeno una decina di milioni (garantiti) a tutte le federazioni partecipanti al Mondiale. Il che, nella stragrande maggioranza dei casi, significa riempire il bilancio di un anno. Così compra i voti, sibilano i critici, «investiamo sul calcio e sui sogni dei bambini» ribatte lui, senza mai fare una piega. Etichetta di chi lo detesta: è un burocrate la cui ossessione per il lavoro è pari solo alla smisurata ambizione. Sta di fatto che quasi 200 delle 211 Federazioni sono pronte a sostenerlo: a meno di colpi di teatro, anzi dovrebbe proprio crollare, si avvia a una trionfale rielezione al congresso del prossimo anno.