Come trascorre la domenica — le domeniche, i giorni — il presidente degli Stati Uniti d’America? Scrivendo decine e decine di messaggi sulla sua piattaforma social, Truth, che vorrebbe dire «verità». Uno via l’altro, senza distinguere tra un bomber squalificato da riammettere subito al Mondiale, Folarin Balogun, perché lui ha deciso che quel fallo da cartellino rosso «no, non c’era», e un meme sessista. Quel meme, tra i tanti suoi, ritrae la leader di un Paese alleato, un’estatica Giorgia Meloni, per la quale sempre lui pretende, questa volta sì, il cartellino rosso — «un ordine restrittivo», come si fa con gli stalker, i molestatori — in vista del vertice Nato.

Fermiamoci: qui c’è già un’anomalia da registrare. Nella comunicazione trumpiana, non esiste una scala di gravità. L’invasione di campo calcistica e la didascalia a un fotomontaggio sono intercambiabili, quanto la frase «cancro comunista» pronunciata sabato 4 luglio, durante la celebrazione dei 250 anni di democrazia statunitense. I suoi proclami sui social, i suoi atti pubblici e semi privati, le sue «facce» rispondono alla stessa bramosia: occupare la scena, sempre, comunque, a qualunque costo — per gli altri. L’impulso resta quello di saturare il feed, come si dice, monopolizzare l’attenzione globale e dominarla. Al cospetto della sua «grandezza», il mondo deve apparirgli popolato di bambine e di bambini, spesso indisciplinati, quindi da punire.