NEW YORK La «folle giornata» (come la definisce Mozart nelle Nozze di Figaro) di Donald Trump–Conte di Almaviva comincia di buon mattino sul prato della Casa Bianca, a poca distanza dalle ruspe che stanno asfaltando lo storico Giardino delle Rose che non gli è mai piaciuto: «Fondamentalmente abbiamo due Paesi che combattono da così tanto tempo e così duramente che non sanno più che cazzo stanno facendo». Liquida così Israele e Iran (con particolare riprovazione per Israele, alla faccia di chi lo accusa di essersi fatto usare da Netanyahu togliendogli le castagne nucleari dal fuoco), con una parolaccia utilizzata per enfasi in pubblico per la prima volta nella storia presidenziale americana (finora erano stati, peraltro rarissimi, i precedenti ma sempre fuori onda, mai volutamente davanti ai microfoni).

Forse perché l’altroieri una deputata democratica del Texas l’aveva definito «mofo», abbreviazione di «motherfucker», un insulto volgarissimo (ed è stata un’altra prima volta nella storia americana), si assiste così al definitivo sdoganamento della parolaccia politica (quando l’amico giornalista Ben Bradlee negli anni ’70 dopo la morte di John Kennedy pubblicò un bel libro con i virgolettati senza censure di Jfk, che usava volentieri espressioni colorite, ci fu uno scandalo: altri tempi).