Caro direttore, il signor Trump non cessa di stupirmi, ascoltarlo è un piacere, ascoltarlo e vederlo è una farsa, meglio di Totò. Vuole la guerra? Prima i dazi, poi l'uso della forza. Però vuole che gli assegnino il Nobel per la Pace e si arrabbia con il capo del governo norvegese se non glielo danno. Mah!

Renato Casellati

Caro lettore, la pretesa, ossessivamente ripetuta, di Donald Trump di essere insignito del premio Nobel potrebbe anche far sorridere o diventare un interessante caso di studio sulle possibile conseguenze dell'egocentrismo, se non rappresentasse un serio problema nelle relazioni internazionali. Il presidente degli Stati Uniti subordina infatti il suo impegno su alcuni delicati scenari mondiali all'ottenimento dell'agognato Premio. «Niente Nobel, niente pace», ha scritto al premier norvegese, colpevole secondo Trump, di non essersi mosso a suo favore per fargli avere il prestigioso riconoscimento.

Ora è già sorprendente che il presidente americano non comprenda da solo che basterebbe la sua decisione di cambiare il nome del Ministero della Difesa americano in Ministero della Guerra (Departement of war), per renderlo un candidato quantomeno improbabile al Nobel per la Pace. Ma che non ci sia nessuno accanto a lui (un consigliere, un genero, una figlia) che provi con calma a spiegarglielo, la dice lunga su come funzionino i processi decisionali alla Casa Bianca nel regno di The Donald.