Senza quel Nobel per il quale si era entusiasticamente candidato, Trump dice di non sentirsi più obbligato a puntare solo alla pace. Inizia così la sua lettera al premier norvegese, Jonas Gahr Støre. Il leader del Paese più potente al mondo lega il mancato Nobel alla svolta sulla Groenlandia. E rivendica il diritto degli Usa a fare tutto ciò che ritengono necessario per la propria sicurezza nazionale, anche annettere il territorio semi-autonomo di un partner Nato come la Danimarca. Per questo ha minacciato dazi del 10% ai Paesi europei considerati recalcitranti. Un annuncio che ha diviso l’Europa, messo alla prova l’Alleanza e che conduce al Forum di Davos, dove Trump potrà parlarne coi leader europei. «Considerando che il tuo Paese ha deciso di non assegnarmi il Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre e più, non sento più il dovere – scrive Donald al premier norvegese – di pensare esclusivamente alla pace, anche se resta sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è bene e giusto per gli Stati Uniti».

Poi l’affondo contro Copenaghen: «La Danimarca non può proteggere quella terra da Russia o Cina, e perché mai dovrebbe avere un diritto di proprietà? Non ci sono documenti scritti, c’è solo una nave che vi approdò centinaia di anni fa, ma anche noi avevamo navi che vi approdarono». Trump ribadisce che i partner Nato sono stati ingrati. «Abbiamo fatto più di chiunque per l’Alleanza dalla sua fondazione, ora è la Nato a dover fare qualcosa per gli Stati Uniti. Il mondo non sarà sicuro finché non avremo noi il controllo completo e totale della Groenlandia». Støre replica che il Nobel non è assegnato dal suo governo ma da un Comitato indipendente, e che «la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca». In un precedente messaggio, Støre e il finlandese Stubb avevano proposto una de-escalation e una telefonata. Ai giornalisti che più tardi gli chiedono se arriverà a usare la forza, Trump oppone un secco «no comment». E sulle leve economiche non arretra: manterrà «al 100%» la promessa di nuovi dazi se non ci sarà un accordo. Gli europei, dice, farebbero meglio a concentrarsi sulla Russia e sull’Ucraina, «non sulla Groenlandia». Dal 1° febbraio, potrebbero così scattare dazi del 10% sulle importazioni in Usa da Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Regno Unito. Dal 1° giugno, l’aliquota salirebbe al 25%. A Bruxelles si confrontano falchi e colombe. Sul tavolo un ventaglio di opzioni: far scattare automaticamente dal 6 febbraio i controdazi fino a 93 miliardi di euro, predisposti e sospesi dopo l’intesa estiva sulle tariffe, o attivare lo Strumento anti-coercizione, il «bazooka» Ue mai usato finora, evocato da Macron, che consentirebbe di colpire merci e servizi, appalti pubblici, investimenti e attività finanziarie americane in Europa. La rappresaglia significherebbe l’escalation; non rispondere, trasformare la minaccia di Trump in precedente. A guidare i falchi è Parigi, mentre Germania e Italia considerano prioritaria la tenuta dell’Alleanza e il dialogo con Washington. Il cancelliere Friedrich Merz dice di voler «evitare, per quanto possibile, qualsiasi escalation in questa controversia» e annuncia che a Davos cercherà di vedere Trump. Ma se ci sarà altro modo, aggiunge, «proteggeremo ovviamente i nostri interessi europei e quelli nazionali tedeschi». In sintonia Roma: per il ministro degli Esteri, Tajani, «l’Europa deve agire unita, ma non si può mettere mai in discussione la relazione transatlantica», e il titolare della Difesa, Crosetto, suggerisce di «non fare i tifosi, siamo alleati da 76 anni», è un errore mandare soldati a Nuuk. Per il premier britannico, Keir Starmer, «serve una discussione calma tra alleati». Quanto a Danimarca e Groenlandia, tentano di spostare il confronto in ambito Nato: il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, insieme alla ministra groenlandese Vivian Motzfeldt, propone al segretario generale Mark Rutte una missione di ricognizione nell’Artico. Anche Trump ha resistenze interne. Tre cardinali, gli arcivescovi di Chicago, Washington e Newark, mettono «sotto esame il ruolo morale degli Stati Uniti d’America nell’affrontare il male nel mondo, il diritto alla vita e dignità umana», e una «pace giusta e sostenibile». Il termometro del clima a Nuuk è il ritiro dell’invito della Greenland Dog Sledding Association all’inviato speciale Usa, Jeff Landry, per l’annuale gara di slitte trainate da cani. Quelle che secondo Trump dovrebbero difendere l’isola più grande del mondo se restasse alla Danimarca.