Usciamo un attimo dal teatrino flottigliesco nostrano, e andiamo al cuore della contemporaneità: perché Donald Trump merita il Premio Nobel per la Pace. Sissignore, e il commento è anzitutto nella cronaca. Hamas dice sì all’accordo (cadenzato nei tempi e articolato in 20 punti, non sospiri da anime belle, politica nella sua veste più dura e onnicomprensiva, geopolitica), seppur con singoli distinguo tecnici che sono da ieri sera la trama da tessere in Egitto. Ma questa è già materia a valle, da operativi del negoziato. A monte, c’è il tornante storico: un movimento islamista terrorista converge sulla pace scolpita dal Grande Satana americano e presentata insieme allo Stato degli ebrei. È la rivoluzione pacifica del Medio Oriente, a più livelli. Anzitutto, signica la pace tra israeliani e palestinesi, quel miraggio ultradecennale inseguito da una sfilza di presidenti pettinati, “competenti” e fallimentari (compreso quel tizio a cui venne dato il Nobel sulla fiducia, tradita).

Più profondamente, significa ridisegno complessivo dell’area, con la marginalizzazione finale dello Stato destabilizzatore ed esportatore di terrorismo, l’Iran degli ayatollah, e l’ufficilizzazione della cooperazione tra Israele e il mondo arabo-sunnita (di cui Hamas ha accettato la presenza di garanzia nella Striscia), con ampliamento e sistematizzazione di fatto degli Accordi di Abramo. Per inciso ma non troppo, la road map trumpiana prevede infine il passaggio della governance a un’Autorità Nazionale Palestinese finalmente riformata e in grado di assicurare l’autodeterminazione del proprio popolo (da sempre la meta indicata da quei progressisti globali che oggi si scoprono balbettanti). Oggettivamente, un capolavoro: se Obama ebbe il succitato Premio aprioristico, qui ci sarebbe materiale per tre edizioni di fila. Ci sono poi le sei guerre, i sei focolai bellici spenti da Trump, su cui il mainstream flottigliesco fa molta ironia, ma che per i civili che non vengono più macellati sono roba felicemente seria. Armenia/Azerbaigian: accordo di pace firmato alla Casa Bianca, cessazione di un conflitto che in varie forme si trascinava dalla fine degli anni‘80, i leader dei due Paesi che candidano congiuntamente The Donald al Nobel. India/Pakistan: «Cessate il fuoco completo e immediato» annunciato da Trump a pochi metri dalla collisione definitiva tra due rivali strategici, entrambi dotati di atomica. Repubblica Democratica del Congo/Ruanda: guerra con crisi umanitaria permanente che non ha mai commosso le anime belle flottigliesche ma ha devastato le popolazioni, risolta con un accordo firmato alla Casa Bianca. Cambogia/Thailandia: cessate il fuoco incondizionato raggiunto dopo reiterate pressioni di Trump, leva commerciale compresa. Egitto/Etiopia: qui il presidente americano parla, con non poche ragioni, di guerra evitata, poiché senza la sua mediazione la tensione attorno alla diga etiope Gerd sul Nilo sarebbe molto probabilmente deflagrata.