Spiazzare l’avversario, coglierlo di sorpresa, costringerlo a mosse che non si aspettava. Una vita passata a mercanteggiare ha dato a Donald Trump l’abilità di zigzagare fra ostacoli ritenuti finora inamovibili, il mondo arabo, Israele, Hamas, le burocrazie dell’Onu. Se in politica interna procede spesso come un carro armato, senza deviare di un millimetro dalle proprie posizioni, in politica estera il suo marchio è l’opposto: un eclettismo strategico con cui alleati e avversari faticano a convivere. È questa tattica della discontinuità ad aver favorito il primo passo concreto verso una tregua a Gaza.
Lunedì, o al massimo martedì, ci sarà una pausa dei combattimenti e lo scambio di ostaggi e prigionieri, e Trump in persona ha detto che spera di volare in Medio Oriente ed essere presente anche lui.
A dare spessore simbolico al momento c’è il calendario: oggi, venerdì 10 ottobre, verrà annunciato il Nobel per la Pace. E non è un mistero che la fretta con cui Trump ha voluto portare a compimento i negoziati di Sharm El Sheikh era dovuta alla speranza di conquistare il voto della commissione. Ma per la narrazione di Trump i due binari che ha davanti sono ugualmente utili: atterrare in Medio Oriente da premiato o, in assenza di medaglia, presentarsi come il «lavoratore della pace» che preferisce i risultati ai riconoscimenti. Al cuore dell’operazione c’è stato l’uso calcolato dell’imprevedibilità.












