Il presidente americano ha fatto probabilmente un capolavoro politico da Nobel. Nessuno può prevedere se e quanto la tregua fra Israele e Iran reggerà. Forse salterà tutto di nuovo in aria, forse no. Probabilmente c’è perfino chi “gufa” la pace per poter dire che Trump ha fallito. Il buon senso consiglierebbe di sostenere il tentativo di stabilizzazione del leader statunitense, perché la pace conviene a tutti, ma – come diceva il Manzoni – spesso il buon senso «se ne sta nascosto, per paura del senso comune». E il “senso comune” mediatico-politico oggi impone di dare sempre e solo addosso a Trump, qualunque cosa faccia. Se domani camminasse sulle acque – secondo la famosa battuta – lo irriderebbero dicendo che così dimostra di non saper nuotare. Non sorprende che egli sia oggetto di odio ideologico e di una sorta di pregiudizio universale.

Accade da anni. E non stupisce di trovare tutto questo in certi ambienti politici della sinistra mondiale. Ma almeno i media dovrebbero dare un contributo di razionalità e di pacata capacità di analisi. Invece in questi giorni continuano a giudicare confuso il leader americano solo perché loro hanno idee confuse in testa e si scagliano contro Trump “a prescindere”. Anche a costo di contraddirsi. Prima lo attaccano accusandolo di isolazionismo e lo considerano irresponsabile perché consegnerebbe il mondo a regimi autoritari, distruggendo l’occidente. Poi, quando fa capire che potrebbe intervenire, ma non è detto, perché sta valutando (il suo era un modo per fare pressione sull’Iran, per ottenere il ritorno alla trattativa con la rinuncia al nucleare), lo irridono accusandolo di indecisione e di mancanza di leadership (hanno coniato pure un acronimo sarcastico per dire che fa sempre marcia indietro). Quando poi interviene militarmente, smentendo tutte le loro congetture precedenti, gli stessi, senza riconoscere il proprio errore, lo accusano di essere diventato un guerrafondaio Neocon e così di aver inganno i suoi elettori (che sarebbero, a loro dire, delusi e arrabbiati).